E’ vero che non dovrei sprecare occasioni di dire cose sensate, questa mattina però ho divagato. Forse per inerzia, forse perché non mi sento particolarmente entusiasta, ho fatto il video di anticipo della puntata arronzandolo on the road. Questo è il mio inizio di mattinata più frequente, porto mio figlio Tommy all’atelier dei Cervelli Ribelli dove passerà parte della giornata con altri ragazzi e con gli insegnati d’arte.
Oggi parlerei dei nonni, visto che è la giornata internazionale di nonni e quindi prendo l’occasione di fare contenta una collega, che ha scritto un libro su sua nonna. In fondo se volessi avrei molto da dire sui nonni, quelli dei miei figli si sono estinti prima ancora di morire. Da parte mia ho fatto abbastanza perché ciò avvenisse. Avrei invece molto da raccontare sui miei di nonni.
Io a quattro anni e mezzo con i miei nonni
Un nonno patriarca ingombrante che era al centro di ogni reverenza familiare, a mio fratello e me ci chiamava nel suo inaccessibile studio biblioteca, per farci vedere le sue ferite di guerra e il suo nome che era citato nelle enciclopedie. Però a volte ci leggeva Palazzeschi, che lui trovava divertente e noi bambini noiosissimo. Ci leggeva anche Giusti: «Viva Arlecchini / e burattini / e teste fini; / viva le maschere d'ogni paese» di cui non capimmo mai che ci fosse di divertente.
La nonna invece mi insegnò l’arte umarellica della falegnameria, meccanica, decorazione, muratoria fai da te. Mi regalava sempre attrezzi e mi insegnava come aggiustare, costruire, inventare. Era molto dotata anche se era una letterata, mi allevò leggendomi Kafka e Poe, ma anche Buzzati dai ritagli del Corriere della Sera. Mi aiutò nei compiti dalla prima elementare alla maturità classica. Sapeva fare tutto, dalle equazioni alle versioni di greco.
Forse se mi sono laureato a calci in culo lo devo anche a lei.










