Ogni essere umano è portatore di una storia. Magari non tutti ne hanno consapevolezza e visualizzano la propria esistenza solo come un flusso continuo di avvenimenti, senza possibilità di racconto. Questo accade soprattutto nel tempo recente, almeno da quando la percezione di appartenere alla categoria di persona memorabile è stata collegata a un interesse mediatico per la propria vita.
Non ho esperienza di come avvenisse in epoca pre-televisiva, è probabile che ci fosse una collettiva rassegnazione al fatto che la celebrità potesse appartenere solamente a chi possedesse l’oggettivo riconoscimento di un’eccellenza. Le storie personali assumono caratteristiche epiche solo se qualcuno le rappresenta.
Questo magari avveniva in forma modesta e familiare nei primi album di fotografie, negli oggetti feticcio conservati, come abiti, monili, accessori. Anche reliquie come ciocche di capelli, fiori disseccati o scritti autografi, diari, lettere, disegni. Insomma tutto quello che siamo stati abituati a scovare nelle modeste wunderkammer che si accumulavano nelle dimore di vecchi zii o nonni. In quei reperti ingialliti si concentravano i ricordi di persone che avevano la certezza di non avere cantori delle loro esistenze, quindi accumulavano oggetti che potessero fungere da supporto a episodi da ricordare delle loro vite. Si possono immaginare che il passarli in rassegna, sfiorarli, guardarli e riguardarli possa avere significato per generazioni l’illusione di una possibile memoria degli oggetti, il tempo che fu può lasciare brandelli di reminiscenza appiccicati a qualcosa di inanimato, che è stato testimone di un nostro momento che giudichiamo indimenticabile. È chiaro quanto questo sia un atto magico, solo un residuo di irrazionalità ci porta a ricercare il tempo perduto in oggetti, può l’accumulo delle panoplie di una vita però essere considerata anche una maniera per agganciare i ricordi a qualcosa di solido e immutabile, vuoi un abito da sposa, un vecchio giocattolo, un biglietto d’aereo possono essere punti fermi su cui organizzare i propri ricordi.
Una panoplia del mio passato, annerita dal tempo e indicibile senza sapere il prima e il dopo. Avevo 17 anni e di nascosto dei genitori presi il brevetto da paracadutista. Mi sembrava un’attività contro corrente, i miei compagni di scuola giocavano a tennis, calcio, basket. io ero negato per gli sport di palla e scelsi di volare. Lo feci per sette, otto anni, poi smisi perché costava troppo. Un lancio da 5000 metri mi pare 20.000 lire. Una volta mi regalai i 15.000 rinunciando a un sacco di solluccheri giovanili. Molti degli amici di allora sono morti, morti male. I sopravvissuti sognano Vannacci.
Sto pensando ora che ancora conservo il test di gravidanza che rivelò l’attesa del mio figlio maggiore. Lo considero come un’erma bifronte che indica una svolta cruciale della mia vita, in quella linea blu in un tester di plastica bianca per autodiagnosi delle urine c’è la prima prova dell’esistenza di un mio discendente, se lo mettessi in relazione con la cassetta VHS della sua prima ecografia potrei allacciare nel mio chat bot la descrizione di questi due supporti a quello che io dicevo o scrivevo in quel periodo, si innescherebbe così una bomba di memoria, che sarebbe capace di creare un’esplosione a catena di riflessioni originali nel frammento di tempo individuale in cui questi due oggetti hanno per me avuto un senso. Magari troverei assonanze, coincidenze interessanti; era quello l’anno in cui si parlava con grande attesa dell’imminente uscita sul mercato di Windows95, io ne ottenni una versione beta clandestina e la installai nel computer aziendale che, con grande fatica ero riuscito a farmi assegnare dall’economato Rai. Fu un’impresa, mi dicevano: “a che serve un computer a te che fai la radio? Lo usano le segretarie per scrivere le lettere.” Infatti lo svuotai dell’inutile programma di scrittura dell’ICT aziendale e ci installai una versione beta di Windows95, naturalmente clandestina. Facevo i primi collegamenti con un modem portato da casa attaccandomi al telefono della mia redazione. Non c’era ancora il rispettivo browser, Internet Explorer arriverà poco dopo perché Bill Gates non aveva previsto che il suo sistema operativo, che avrebbe dovuto rendere più facile l’accesso a un computer, potesse collegarsi alla rete Internet.
Così mentre mi consumavo nell’ansia di gestire attorno a me un periodo familiare bello ma complicato, che sintetizzo in una sequenza di supporti di memoria che vanno da un “Predictor”[1] a un’ecografia, mi beccai un richiamo per aver “manomesso materiale aziendale”. Il mio alter ego potrebbe sicuramente regalare a Filippo una bella storia sul suo contesto pre-natale.
Dopo 30 anni ancora conservo la prima prova dell’esistenza di mio figlio Filippo
I supporti memorabili individuali, nel percepire oggettivo, non hanno spesso altro valore oltre quello che potrebbe valutarlo un robivecchi. Solo una percentuale minima di questi reperti resta ancorato alla storia, in questo caso sono oggetti da museo, case museo, feticci da collezionista. Questo solo perché i loro possessori hanno costruito sulla propria vita, per virtù o scelleratezza, un edificio molto più solido di quanto possa farlo la media delle genti, di cui i gadget acquisiscono la dignità di una propaggine di valore.
La massima parte degli individui apparentemente non porta alcun contributo all’umanità, la loro storia si esaurisce in un ristretto circolo di consanguinei, di frequentatori promiscui diretti o indiretti, a un’avventura esistenziale senza ampia ripercussione. Poi tutto finisce.
Faccio un esempio che per qualcuno potrebbe essere considerato un memento mori, al contrario lo vedo come una generazione spontanea e inconsapevole di epica.
Può capitare come a me è capitato di trovarsi a Roma nei giorni più caldi del mondo, in fila assieme a una badante ucraina nell’ufficio di una consulente del lavoro. Può capitare anche che lei mi avesse raccontato che, quella mattina, ha trovato stesa sul pavimento l’anziana signora per cui lavora qualche ora a settimana.
Respirava a fatica e non aveva ripreso conoscenza. Lei l’ha stesa a letto e poi era andata di fretta dalla consulente per farsi compilare la documentazione per avere lo stipendio. Forse spaventata di doverlo poi perdere, anche perché secondo lei la donna potrebbe anche essere morta per quanto l’aveva vista messa male.
Chiedo se l’anziana avesse qualche familiare da poter avvertire. Nessuno, è completamente sola al mondo. Di lei si occupa una signora che lei chiama “l’erede”, a cui l’anziana sembrerebbe aver intestato la sua casa e anche la gestione del suo conto in banca. La badante mi dice che nell’appartamento fa molto caldo, lei aveva chiesto di far mettere l’aria condizionata, ma l’erede ha risposto che sarebbe bastato il ventilatore. La signora parrebbe molto debilitata, anche il medico che l’ha visitata sembrerebbe confermare che le necessiterebbe una maggiore assistenza. Una volta era titolare di una bella libreria antiquaria in centro, che poi ha chiuso, continuando però a coltivare la sua passione per i testi antichi. Pare fosse stata una donna di grande cultura e appassionata di studi classici. Era solo un po’ difficile di carattere, viveva nella sua casa di proprietà a due passi dal Vaticano, ogni tanto le telefonava anche solo per chiacchierare. Ultimamente però le erano stata notevolmente ridotta l’assistenza, la badante attuale infatti era stata contrattualizzata solo per un numero molto limitato di ore.
Visto che la signora ucraina quasi piangeva e continuava a dire che secondo lei l’anziana potrebbe essere morta, decido di accompagnarla a casa dopo aver chiamato un’ambulanza.
L’abitazione è a dieci minuti a piedi dall’ufficio della consulente, la badante sale subito, io aspetto l’ambulanza. Arrivano veramente in poco tempo, salgo con i due paramedici fino al piano dove abita la signora, è un bel palazzo di Prati, lei ha una casa di ringhiera che affaccia nel cortile interno. È tutto un po’ degradato ma sicuramente suggestivo.
Entro in casa, faccio in tempo a vedere su un letto addossato alla parete una signora molto anziana in camicia da notte. È di una magrezza estrema, ha una grande nuvola di capelli bianchi scomposti e sembra non dare segni di vita.
La casa trabocca ovunque di libri. Libri alle pareti, sulle sedie, sui tavoli, per terra. L’antica libraia giace seppellita dai suoi libri.
I due dell’ambulanza si fermano un attimo a guardare una torre di volumi impilati su una poltrona, iniziano quindi a darsi da fare con le loro attrezzature.
Una donna di mezza età entra nella stanza, molto compitamente, mi chiede di uscire di casa, non è quello il momento di far domande. Le avevo chiesto semplicemente se fosse lei “l’erede”, nel caso perché quella donna è stata così abbandonata. Mi risponde che non è affatto abbandonata, lei se ne occupa, l’anziana avuto soltanto un malore. Ribatto che non mi sembrava proprio ben assistita, visto che abbiamo dovuto chiamare noi l’ambulanza. Mi indica nuovamente la porta e non mi resta che uscire.
Qualche ora dopo arriva un messaggio della badante: “I dottori hanno detto che la signora deve avere assistenza tutti i giorni. Siccome la erede non è d’accordo e adesso accanita con me, credo che mi licenzia e io dovrò attraverso a Lei trovare un altro impegno.”. Seppi il giorno dopo che la signora era stata ricoverata perché gravemente debilitata. Non seppi più nulla di lei e nemmeno ebbi coraggio di contattare l’”erede”.
Ho raccontato questa storia per far riflettere tutti noi che leggiamo libri e a volte scriviamo anche libri. Pensiamo che tutto questo ci metta in una condizione di privilegio rispetto all’ oblio che incomberà sulle vite dei più. Dobbiamo farci una ragione del fatto che tutta la letteratura del mondo non basterà a salvarci dal non lasciare traccia del nostro passaggio terreno.
Ancora più la riflessione vale per gli oggetti che accumuliamo nella nostra vita come calamite di memoria, la casa di quell’anziana signora ne era piena ma per le condizioni in cui io l’ho veduta non stento a immaginare che presto l’“erede” ne farà un bel pacco e si rivolgerà a quelle imprese che svuotano cantine. La memoria ci resta attaccata fino a che noi l’alimentiamo, poi gli oggetti se la scrollano di dosso, tornano pezzi di legno, ferro, ceramica elaborati per significare qualcosa di oggettivamente decifrabile ma spogliati della loro carica di memoria.
Non passerà molto tempo e sarò questo. E’ fatale e non mi preoccupa. Penso che quando accadrà sarò ancora convinto di essere quello che ero a 17 anni. Questa è la straordinaria fregatura del tempo che scorre discontinuo tra carne e ricordo.
Mesi fa è deceduta la zia di una mia amica e vicina di casa. Ricordo la sua odissea di nipote erede costretta a svuotare una casa riempita all’inverosimile da una zia accumulatrice seriale. Era una donna molto pia, ma scartabellando tra montagne di tazzine, tovaglie, indumenti, ricordi di viaggio la nipote scopre anche dei diari dove la pia donna trascriveva un carteggio digitale con un aitante prete africano su cui costruiva un carnale gorgoglio di palpiti proibiti. Forse tutto nasceva da un atto sessuale avvenuto tra i due in terra di missione, ma per anni è seguito un intreccio di chat intessute di frasi romantiche, afflati amorosi, rimembranze scurrili. Naturalmente solo da parte della donna, il prete rispondeva in maniera molto impersonale ma non si faceva scrupolo di accettare l’obolo generoso che puntualmente la donna gli inviava. Vai a sapere se la storia sia sta vera, se invece fosse solo una sua proiezione onirica, o una di quelle “truffe romantiche” di cui tanto si parla, in cui aitanti ragazzi africani riescono a spillare soldi a donne in carenza affettiva, fingendosi militari vedovi con figli malati gravissimi che necessitano di terapie costosissime. Non lo sapremo mai perché anche i diari sono supporti di memoria ambigui, lasciano di una persona solo i tratti che questa vuole lasciare al mondo, spesso con la certezza che il mondo non saprà che farsene di quei suoi brandelli di vita.
Si dirà: chi se ne importa? Chi è che vuole lasciare traccia? Noi viviamo al meglio possibile e basta!
Questo non è vero, l’anelito alla sopravvivenza fa parte della nostra natura, sappiamo che fatalmente avremo tutti fine, questo non ci impedisce la ricerca di surrogati d’esistenza. Perché persone colte e intelligenti, che svolgono professioni simili alla mia, perdono comunque parte del loro tempo quotidiano a sentenziare sui social per ogni minimo accadimento? O a farsi foto in situazioni banali, come accarezzare il gatto, innaffiare il giardino, bere un bicchiere di vino ecc. condendole con epitaffi che vorrebbe sfidare i secoli? Perché anche loro si costruiscono risarcimenti standard dei memorabilia a cui non possono ambire.
Verrà per tutti noi il giorno che saremo nulla, avverrà quando anche tutto quello che avremo di monetizzabile non basterà a spingere qualcuno chiamare soccorso quando saremo agonizzanti, a meno che non capiti che uno sconosciuto venga a sapere per caso che siamo soli e stramazzati in una stanza che è un forno.
Saremo altrimenti solo candidati cadaveri, i nostri libri i nostri oggetti intrisi di ricordi rischieremo di guardarli per l’ultima volta dal basso verso l’alto, stesi per terra e condannati a squagliarci in solitudine durante un’arroventata giornata d’estate. (2.Continua)
Puntate precedenti:
[1] Un noto test di gravidanza “fai da te”.





