A giugno il Gazzettino pubblicò la notizia di una ragazza di ventʼanni presa in carico dal Servizio per le dipendenze dellʼ Azienda sanitaria Ulss 3 Serenissima di Venezia per una dipendenza comportamentale sviluppata nei confronti dellʼ intelligenza artificiale. La primaria del SerD veneziano, Laura Suardi, spiegò allora correttamente come possa nascere questo nuovo tipo di dipendenza: «Lʼalgoritmo, man mano che impara a conoscerti, sa dare risposte che corrispondono a quanto vorresti sentirti dire, anche molto più di un tuo coetaneo, rafforzando progressivamente quella che sembra essere una relazione amicale».
Il risultato di un rapporto con un essere apparentemente cosciente, capace di capire come renderci felici e di assecondarci, è abbastanza chiaro: alla fine ci porta a privilegiare la sua compagnia rispetto a quella di persone che non sempre approvano ciò che facciamo o diciamo e che, comunque, spesso richiedono unʼattenzione reciproca nella relazione con noi.
È ciò che, solo pochi anni fa, a molti poteva sembrare possibile soltanto in un futuro remoto e poco probabile. Quando, nel 2013, andai a vedere “Her” di Spike Jonze, invece, non mi parve affatto lontano da qualcosa di cui avevo già avuto esperienza concreta almeno 20 anni fa. Il film, premiato con lʼOscar per la migliore sceneggiatura originale, raccontava la storia di Theodore Twombly, interpretato da Joaquin Phoenix, che, uscito da una relazione amorosa, acquista il nuovo assistente vocale OS1, basato su unʼintelligenza artificiale in grado di evolvere e adattarsi alle esigenze dellʼutente. Quando lo installa, sceglie per lʼinterfaccia la voce femminile chiamata Samantha.



