Una volta m’inventai una finta pubblicità di un prodotto inesistente, proposto come farmaco per ridurre le dimensioni dell’organo virile. Il bugiardino assicurava risultati sorprendenti: in un solo mese di somministrazione si sarebbero persi parecchi centimetri d’appendice maschile, sia in lunghezza, sia in diametro.
Un fake, naturalmente: il farmaco non esisteva, ma il suo successo sarebbe stato il suo packaging; chi non avrebbe voluto ostentare nel taschino la confezione di un medicinale riduttore della propria (presunta) monumentale virilità? «Scusami, cara, mi serve un bicchier d’acqua. Sai, devo proprio prenderlo, anche per te… Non vorrei farti male.»
Nella cialtronissima presunzione di avere inventato un fanta prodotto che avrebbe alimentato la vanagloria maschile, mi cullai per qualche giorno immaginando una possibile campagna virale per lanciare il mio Redupen, ma poi lasciai stare come spesso faccio per la maggior parte delle mie idee.1
Qui ne spiego la genesi e il meccanismo mentale su cui avrei articolato la campagna di promozione del prodotto.




