È molto che non parlo di disabilità. L’ho fatto per tanti anni e mi sono fermato. La ragione principale è quella che ho appena il tempo per occuparmi di mio figlio autistico, mi trovo a farlo tutto sommato quasi da solo, devo seguire la Fondazione che su lui ho creato, devo continuare a lavorare perché altrimenti non potrei sostenermi dignitosamente e poi anche perché il mio lavoro è sempre stata la ragione della mia vita, dopo i figli naturalmente.
Non parlo quasi più di disabilità anche perché ho la sensazione di un cambio totalmente radicale della narrazione sulle disabilità, tale da dissuadermi a continuare sulla strada che mi era più congeniale, vale a dire la denuncia degli aspetti oscuri e problematici del problema. Oggi prevale la divulgazione massiccia dei “casi positivi” delle belle notizie, delle iniziative che sprizzano gioia, benessere, felicità. Insomma a tutti piace o conviene pensare che il problema sia risolto.
Ci guadagnano tutti, meno pressione sociale e meno senso di colpa in chi non ha mai mosso un dito per migliorare la vita delle persone disabili. Meno responsabilità per chi si dovrebbe istituzionalmente occupare di fragilità. Non ci sono più emergenze di cui occuparsi, c’è solo la gloria di guidare in trasferte promozionali il circo delle meraviglie di tutti quelli che ce l’hanno fatta.



