Ho riflettuto a lungo cosa avrei dovuto fare delle centinaia di file audio che hanno costituito l’esperimento del Microgolem. Sono tutti documenti molto personali e a volte intimi, raccontavo nel mio telefono, a tempo reale, momenti della mia vite, mie riflessioni, miei ricordi. Il sito che li ospitava “instantradio.com” non c’è più e insieme a lui è scomparso l’archivio.
Scrissi ieri in una nota:
Tra le cartelle più recenti c’è quella che contiene i file di “Instant radio” un esperimento che è durato qualche anno e che ora si è dissolto in ogni sua traccia. Mi piace pensare che la dissolvenza porti pace e serenità.
I memorabilia hanno un peso, richiedono supporti duraturi, provocano ansia se ignorati, pensiamo che è stato vano allora scrivere, pensare, parlare. Ora sono divorato dalla tentazione di cancellare tutto, far sprofondare in un buco nero del mio attuale computer tutto quello che ho conservato dell’anima dei suoi predecessori estinti.
Ci penserò, intanto ascolto me che narravo istanti della mia vita per sottrarli al perdimento forse. Forse ne pubblicherò qui qualcuno, avrà senso? Nascevano per essere disposti in una sequenza ed essere ancorati a precisi pensieri. Oggi sono salme.
Ci penserò.
Ci ho pensato, ne farò un archivio. Buona parte dei materiali li ho conservati, ho almeno 250 file e l’indice degli argomenti. Forse mi mancano proprio i primi 10, vedrò se riesco a recuperarli tramite Guido Tripaldi che gestiva la parte informatica. Cercherò di associarli e ricostruire per capitoli quell’esperienza. Qualora riuscissi nel recupero pubblicherò sotto forma di podcast a bocchi di 10 file con un ragionamento che me spieghi il filo conduttore.
Secondo me a distanza di tempo è importante la contestualizzazione e l’analisi a posteriori di quell’esperimento, di cui ancora rivendico l’assoluta originalità. Ci sono mancate le risorse per trasformare un’idea in un prodotto, Guido e io avevamo già investito nel progetto molto tempo e anche qualche nostro soldino.
Non lo considero un interramento, quanto piuttosto una maniera per ripartire eventualmente con un’idea più strutturata. Io al momento non ho tempo e voglia di imbarcarmi in nuove iniziative, già mi occupa abbastanza tempo quello che sto facendo. Penso però che intanto creare un’area di riflessione interattiva su quanto fatto possa servire a elaborare nuove destinazioni a quell’idea.
Riassumo qui di cosa si trattava, tutto inizia il 7 agosto 2022. Riporto l’annuncio che feci del progetto. Lascio l’entusiasmo del tempo per tecnologie oggi considerate già vecchie.
MicroGolem: il non podcast a funzionalità ridotta per pigri affabulatori
Si pensi pure che il nostro possa essere il risultato di un colpo di calore estivo. Sta di fatto che in un paio di giorni è nato spontaneamente un nuovo strumento di diffusione di pensiero tradotto in parole. La riflessione nasce in un pomeriggio in cui stavo stravaccato su un’amaca all’ombra di un noce immenso. Stava scendendo l’imbrunire, mi trovavo immerso in una campagna arcaica e selvaggia. Sentivo ovunque rumori che meritavano attenzione, dal lamentarsi lancinante delle cicale, dallo stormire di di cespugli trafitti da serpi, lucertole, scoiattoli, uccelli rapaci in caccia. Poi l’upupa, la tortora, la rondine. Insomma un bel baccano che tutto assieme costruiva l’immagine sonora del silenzio.
Ho immaginato che se avessi voluto ricostruire quell’ambiente sonoro per sonorizzare una puntata radiofonica, un podcast, un docudrama ecc avrei dovuto fare una gran fatica a riprendere tutto, campionare, mixare e filtrare. Operazione che oggi fa parte della fabbrica di un podcast, quello che passa per il più innovativo dei derivati dalla vecchia radio. Non mi ha mai entusiasmato questa modalità, anche se riconosco il valore di molte sue espressioni.
Il podcasting mi è sembrato un ritorno al passato, a quella pur bella radio d’autore che si produceva nel decennio 60/70 lavorando con grandi autori, con bellissimi testi, con un lavoro di post produzione immenso realizzato con magnetofoni multipista e effetti sonori prodotti in una saletta attrezzata di ogni oggetto, pezzo d’arredamento, suolo calpestabile, espediente per dare modo al rumorista di ricostruire ambienti sonori.
Oggi è vero che si attinge da librerie digitali di effetti, ma il fine è sempre quello di una confezione statica, un testo letto e interpretato. Quanto di più tradizionale si possa pensare nel campo dei pensieri diffusi attraverso sonorità. Poi naturalmente entra in gioco la qualificazione della piattaforma che ospita, il livello di referenza e celebrità della squadra che la popola. Aggiungiamo la grafica della copertina, il tesso di sintesi e presentazione, la forza dei tag, gli strumenti di dissemination attraverso i social ecc.
Insomma un documento sonoro segue la stessa strada di una foto, un video ecc. Una cosa carina che tanti seguono di cui tutti parlano e quindi attribuisce valore alla squadra che contribuisce alla sua confezione (da chi ha costruito la piattaforma, a chi la promuove, a chi ci investe capitali, a chi ci mette la faccia e la fama, spesso di maggior peso che il reale talento nel racconto sonoro.
Di tutto questo la qualità è determinata da strumenti di condivisione e da misura dei contatti, download ecc. Un criterio oggettivo innegabile, ma nulla al di fuori della regola che oggi vale per ogni prodotto digitale destinato a entrare nella filiera dei social network.
Mi sono chiesto invece se fosse mai possibile scrollarsi di dosso tutto questo, che sicuramente porta a ottimi prodotti che però cristallizza in una filiera molto rigida quello spirito di irrequietezza destrutturata che secondo me dovrebbe animare lo strumento dell’emissione vocale mediatrice di pensiero.
La radio siamo noi che la facciamo, in sé come medium è bella che morta da decenni, il suo hardware di metallo e plastica è solo una crisalide, una rappresentazione. Proprio nella sua capacità di risorgere ovunque è la sua specificità. Proprio per questo mi è venuta voglia di ridare priorità all’apparato organico che crea la radio vale a dire aria che dai polmoni passa per qualche cartilagine, rimbalza su corde vocali si arrovella su lingua e palato e esce fuori, mossa unicamente da un pensiero che si muta in parole attraverso un processo quasi inconsapevole, sicuramente non controllato. Un trance quasi medianico più che un laborioso processo di costruzione mediatica.
E’ andata così che io ho cominciato a parlare nel mio telefono usando la chat vocale di Telegram, dove mi segue un gruppo scelto di ascoltatori, mossi dalla rara virtù di esercitare la facoltà di pensare e immaginare.
Tra loro molti informatici e programmatori a cui ho fatto la richiesta di uno strumento capace di pubblicare in un ordine minimamente fruibile i file che io producevo dalla mia amaca, sorretto solo dall’orchestra di insetti e animali notturni.
Nel giro di un’ora (grazie a @lorepop) mi è stato messo a disposizione un bot che da Telegram poteva soddisfare questa mia esigenza. Io non avrei dovuto fare altro che parlare e scrivere se volevo un titolo. Nessun strumento di condivisione, nessun orpello, nessuna possibilità di editing. Solo la mia voce, la mia capacità di articolare pensieri compiuti a braccio, l’ambiente “naturale” in cui mi collocavo per produrmi.
Il paradosso è che sono usciti dei file di qualità sonora eccellente. Alcuni sembrano, a detta di chi li ha ascoltati, dei prodotti ASMR, quando si sente la pioggia battere o i grilli cantare. Mi sono rammaricato di avere speso cifre ingenti per costruirmi uno studio professionale con microfoni, mixer e insonorizzazione professionali, quando ho più qualità con un telefono da 300 euro.
Ora i programmatori stanno andando avanti nella direzione di realizzare un prodotto stabile ma essenziale (tutto rigidamente open source) il loro dibattere ha completamente invaso gli spazi del gruppo Telegram “SACELLO DEL MICROGOLEM”. E’ in corso di soluzione una limitazione che riguardava i dispositivi IOS e la struttura sta prendendo forma.
E’ apparsa anche un’illustrazione che mi sorprende perché è stata creata dal nulla da Midjournev il bot che le ha immaginate a seguito della domanda: “portrait of a futuristic golem, with headphones, in 3d but cartoon style”. Mi ha sorpreso vedere risorgere un Golem “futurista” che sembra pensato da Balla o da Depero, Un codice che crea immagini che non esistevano fa pensare sul destino che è riservato a ogni costruttore di Golem, che dal codice vuol creare un simulacro semi vivente di umano. Io non mi preoccupo, non sarebbe la prima volta.
Successivamente abbiamo costruito il progetto su una nuova piattaforma grazie al contributo di Guido Tripaldi, imprenditore e informatico, che ha sviluppato l’attuale interfaccia che abbiamo pubblicato sotto il dominio Instant Radio.





