Carlo Jacob aveva 87 anni, è morto soffocato per mano della figlia. Le cronache scrivono che nella vita era stato un critico cinematografico. Viveva in un trilocale nella zona nord-est di Milano, dalle parti del Parco Lambro. Soffriva di una grave forma di demenza senile. La malattia gli provocava delle crisi, durante le quali urlava e si agitava. Aveva una figlia di 56 anni, Giovanna, era preoccupata che le urla del padre potessero disturbare i vicini, per questa ragione lo immobilizzava e imbavagliava.
Da una ventina di giorni la donna gli legava braccia e gambe al letto con delle cinghie, poi per non farlo urlare gli infilava in bocca un guanto di lattice, con dentro dei batuffoli di cotone, infine gli sigillava la bocca con nastro adesivo. Domenica, la donna doveva preparare il pranzo e svuotare la lavatrice, ha per questo legato e imbavagliato il padre. Questa volta però l’uomo è morto soffocato. La figlia ha chiamato i Carabinieri ed è stata arrestata. Ha detto che non voleva ucciderlo, solo contenerlo mentre si occupava dei lavori di casa.
Di lui non c’è quasi nulla in rete.
Non mi capitava da tempo leggere una storia più triste di questa. Forse perché mi è venuto spontaneo immedesimarmi in questo pover’uomo, ho cercato di ricostruire la sua vita; Jacob dichiarava di essersi laureato in ingegneria elettronica all’Università di Roma nel 1963, dopo studi iniziati nel 1957. Indicava competenze nell’informatica applicata ai beni culturali, nelle biblioteche digitali, nell’elaborazione delle immagini e nelle banche dati relazionali, oltre ad attività di esperto e tutor universitario con contratti a tempo parziale. Sono informazioni autobiografiche del suo profilo LinkedIn, non una biografia verificata.




