Nessuno si turbi se osiamo una cronistoria significativa della Banana Perugina, inalberando un manifesto così politicamente scorretto. La simbologia dei più stantii luoghi comuni razzisti e discriminatori è tutta condensata in questo manifesto. Un uomo africano nudo è abbarbicato a una banana over size; dove non si può fare a meno di constatare la doppia significazione di detestabile pregiudizio razzista, chiaramente condensato dall’allusione itifallica, come dall’abominevole considerare scimmiesche le persone non bianche.
Era un vergognoso retaggio post coloniale che ancora noi boomer ci portavamo appresso, anche solo in filastrocche che avevamo ereditato dalle generazioni precedenti e che recitavano: “quando io vedere buccia di banana subito pensare africa lontana…”Oppure “il tukul è una capanna dove i neri fan la nanna…”
Non cito le filastrocche con bieco compiacimento, ma solamente per far capire da quale retaggio d’origine la mia generazione si è dovuta faticosamente conquistare la civilizzazione. Chiarito il contesto, si può interpretare in maniera più serena perché il manifesto pubblicitario, che nel 1925 reclamizzava un cioccolatino, potesse essere così malamente orientato.
Il cioccolatino Banana Perugina risale al 1925, secondo la cronologia ufficiale dell’azienda: riproduce nella forma e nel ripieno il gusto di un frutto allora costoso e difficilmente accessibile a molti italiani. È tuttora presente nel catalogo Perugina, con un guscio di cioccolato fondente Luisa e un cuore morbido al gusto banana. (Il sapore però è notevolmente cambiato secondo me.) La sua storia mette insieme industria dolciaria, immaginario esotico e grafica pubblicitaria degli anni Venti.
Il prodotto è collocato dall’azienda nel quadro delle innovazioni sviluppate durante il primo decennio successivo alla Grande guerra. Esiste una traccia catalogata nel portale dei dati del Ministero della Cultura di un manifesto intitolato «Cioccolato Perugina Banane», associato a Seneca. La scheda lo descrive, con la terminologia del catalogo, come un «uomo di colore [che] abbraccia una banana». Il manifesto è senza dubbio quello che riproduciamo in apertura.
Federico Seneca diresse l’ufficio pubblicità Perugina dal 1921 al 1933 ed è il grafico legato all’immagine storica dei Baci ispirata al dipinto di Francesco Hayez, che lui creò nel 1923. Due anni dopo il manifesto delle Banane si inserisce quindi in una fase centrale della costruzione visiva del marchio.
Per entrare ancora di più nello spirito del tempo si consideri che el 1925, quando nasce la Banana Perugina, l’Italia è già una potenza coloniale: possiede l’Eritrea, domina parte della Somalia e combatte per consolidare il controllo dei territori libici. L’uomo nero che abbraccia una banana nel manifesto di Federico Seneca appartiene a questo orizzonte: rende visibile, attraverso uno stereotipo razziale, la promessa di un gusto esotico, mostra come il linguaggio della pubblicità potesse attingere allo stesso immaginario dell’espansione coloniale.
Il precedente francese di Banania
Un’immaginario simile alla pubblicità Perugina era stato usato per Banania; un prodotto francese a base di cacao e farina di banana, commercializzato dal 1914, che dal 1915 adottò come emblema un soldato africano delle truppe coloniali francesi. La sua pubblicità precede di circa dieci anni il manifesto delle Banane Perugina di Federico Seneca. Banania era una preparazione per bevanda a base di cacao e farina di banana. Il marchio fu depositato il 31 agosto 1914 da Pierre-François Lardet. La prima figura pubblicitaria era una donna antillana, disegnata da H. Tishon; con la Prima guerra mondiale venne sostituita dal personaggio destinato a rendere il prodotto celebre.
Nel 1915 il disegnatore Giacomo de Andreis realizzò infatti il tirailleur sénégalais: un fante delle truppe coloniali, sorridente, con copricapo rosso e uniforme blu, intento a gustare una ciotola di Banania. “Senegalesi” era la denominazione del corpo, che reclutava uomini in diverse parti dell’Africa occidentale francese, non soltanto nell’attuale Senegal. Al personaggio venne associata la formula «Y’a bon», resa caricaturale di “è buono” in un francese attribuito agli africani.






