Non ho mai avuto particolare tenerezza per i gatti. Non mi si giudichi persona insensibile, dopo aver convissuto per i primi trenta anni della mia vita con una madre gattara, avevo sviluppato una certa intolleranza al contatto felino. E’ pur vero che abitavamo in campagna, dover però dividere ogni spazio con quel drappello, per ogni ora della giornata, notte compresa, non fu un’esperienza gratificante, ve lo assicuro.
Mi madre arrivò a punte di 35 gatti, erano quelli gli anni che i gatti non si castravano e quindi la colonia poteva crescere esponenzialmente. C’era però un fattore legato alla fatalità, che ne regolava periodicamente la moltiplicazione; casa nostra confinava con una strada statale.
Molti dei nostri gatti si immolavano eroicamente nel periodo dell’estro, attraversando quella strada dove macchine e camion sfrecciavano veloci, erano spinti da lussuria irrefrenabile, con il sorriso sotto i baffi, sfidavano leggiadramente la morte per una notte d’amore.
Questo frangente lo consideravamo parte del ciclo della vita; nasci gatto in una casa accanto a una strada, ci sta che su quella strada potresti tirare le cuoia. Dalla finestra della cucina spesso noi bambini osservavamo il deperire rapido del gattino con cui avevamo giocato fino alla sera prima, l’asfalto se lo inghiottiva in pochissimo tempo. Il micio schiantato si assottigliava sempre di più, fino a perdere ogni forma riconoscibile, fino all’inumazione completa per opera di un Tir che ne decretava la definitiva scomparsa. Quelli erano i gatti più fortunati, tutto avveniva in un istante e si trovavano a pascolare erba gatta nelle verdi praterie del cielo.
Altri purtroppo scampavano dall’impatto e restavano storpiati sui greppi fioriti di gigli di campo, ai lati della strada. Era il momento della gloria di mia madre, come avvertiva la sera che al contrappello mancava qualcuno del suo squadrone, partiva armata di pila alla ricerca del ferito, rischiando ella stessa di essere travolta.
Il ritorno con il ferito era per noi l’evento più atteso. Iniziava il recupero chirurgico, con mezzi rudimentali e improvvisati. Spesso era solamente un accompagnamento alla morte di un micio agonizzante. Altre volte però l’intervento riusciva, così la nostra colonia felina si arricchiva di un reduce, quasi sempre mutilato o invalido.
Ricordo una gatta accecata, un gatto a tre gambe, un altro con la mascella storta. Un altro ancora senza coda, quella volta però l’aveva semi troncata un cane, mia madre fu costretta, per salvarlo dalla cancrena, all’amputazione con le forbici per potare le viti.
Ecco quindi spiegata la mia resistenza a cedere al corteggiamento di un gatto, però, per beffardo destino, i gatti mi si appiccicano come se avessi la calamita. Non lo capisco perché, non manifesto alcuna blandizie nei loro confronti, eppure quelli mi si strusciano addosso, mi saltano in braccio, mi si avvinghiano ai piedi senza alcun ritegno.
Qualora il gatto abbia un legittimo proprietario, che lo riempie di cura e affetto, sembra che faccia di tutto per farlo ingelosire: “purché con me non lo fa?” si chiedono pieni di odio nei miei confronti. Proprio per non fare sempre la parte di rovina famiglie, evito di frequentare chi abbia con il proprio gatto un rapporto possessivo e soffra di gelosia patologica.
La mattina del 17 agosto, giorno infausto del mio 72°compleanno, ero ospite di una casa nella campagna umbra. Speravo che la giornata potesse passare velocemente e senza orpelli che ne segnassero la tragica ricorrenza del mio avvicinarmi alla morte. Con questi leggiadri pensieri uscii scalzo all’aperto, mi piace sentire terra, erba, sassi sotto alla pianta dei piedi. Mi ricorda la giovinezza rurale, mi rassicura intuire la possibilità di un abisso sotto i miei passi.
Agostino sembrava mi aspettasse, spaparanzato su un grande tavolo di legno sotto alla pergola del glicine. Fu come ci fossimo conosciuti da sempre, fu come se qualcuno me l’avesse mandato come regalo di compleanno. Forse per dirmi qualcosa, forse perché capissi qualcosa su cui ancora rifletto.
Il pomeriggio già Agostino se ne era andato. I legittimi padroni se l’erano venuti a prendere. Io che ero uscito a comperare croccantini e scatolette, restai in triste contemplazione di quell’oramai inutile pacco di cibarie per gatti.
Mi mancò devo dire. Sono abituato agli abbandoni amorosi ed elaborai.
Dopo una settimana però me lo vidi di nuovo apparire di prima mattina, passammo una giornata insieme, però verso sera, anche questa volta, venne a prenderlo il domestico della famiglia che lo aveva in carico.
Passano ancora dei giorni e Agostino riappare. Viene sempre diretto da me, mi si arrovella addosso e non mi lascia un attimo. Provo a parlarci, gli spiego che non può funzionare tra noi. Non potrei mai portarlo nel mio buco buio a Roma. Era stato bello ma dovevamo dirci addio.
Il giorno dopo partii per Roma, i saluti furono struggenti e crudeli. Agostino sembrava dirmi di non partire. Aveva ragione; all’altezza di Orte un camioncino impazzito aveva fatto carambola sull’autostrada con morti e feriti. Restai fermo in macchina, in coda sotto al sole, dalle 15 alle 20 circa. Avevo solo mezza bottiglia d’acqua e un pacchetto di mentine. Pensai che mai bisognerebbe illudere un gatto.
Agostino si fece ospitare in quella casa ancora per una settimana, come se fosse sempre stata casa sua. Poi partirono anche gli altri, lui rimase steso sul tavolo di legno, sotto alla pergola dove correvano le lucertole. Io me lo sogno ancora, o forse me lo sono sognato allora. Non fa differenza comunque.













