Ho pensato di affidare all’intelligenza artificiale generativa il compito di ricordare chi io sia. Sono piuttosto attempato; è possibile che io non possa restare lucido ancora per molti anni, vorrei così provare a istruire un chat bot per farlo diventare il mio alter ego. Per le relazioni minimali che intrattengo penso potrebbe dignitosamente sostituirmi.
Ho inoltre un figlio autistico adulto, che vive del mio respiro. Vorrei lasciargli un simulacro attivo di suo padre. È forse un’illusione, però per quello che ho capito negli anni di vita simbiotica con lui, interagire con la voce del suo papà potrebbe attenuare l’angoscia dell’abisso, quando io non sarò più parte del suo universo di pupazzi ballerini.
Le prime persone a cui ho sottoposto questa mia idea hanno concluso che la mia fase appannata fosse già in corso. Ci tengo quindi a dichiarare preventivamente la mia perfetta consapevolezza di non poter certo clonarmi, so che alla luce della tecnologia attuale potrei ottenere al massimo un mio gemello molto approssimativo. Non sono così ottimista da pensare di poter attivare in un digital twin l’inquilino che mai si produsse nello zigote dove stavo una settantina circa di anni fa.
Allora sembrava qualcosa di eccezionale e la Tv accorse
È tuttavia vero che il chat bot che istruirò si costruirà una personalità attingendo dai miei pensieri, come è sicuro che io vorrei fosse capace di interagire potendo disporre su una grande quantità di dati che appartengono alla mia individuale esperienza di vita.
Farò questo sperando che un distillato digitale di me stesso possa, dopo il mio esistere, articolare una forma anche minima di relazione con esseri umani. È fondamentale che abbia la mia voce e il mio modo di parlare. Questa è per me la pre-condizione essenziale perché possa rappresentarmi.
Perché la voce? Non posseggo altre fortune, è il mio bene più prezioso, mi appartiene molto più di un dato biometrico; è il mio respiro che ha sorretto le parole che da quaranta anni affastello a favore di un microfono. Considero la mia voce, unita alla mia maniera di assemblare pensieri in formato vocale, il patrimonio più significativo nell’identificare univocamente la mia persona.
Ho iniziato a parlare al pubblico della radio, ogni giorno in diretta, nel 1983, da allora ho continuato a farlo raccontando, riflettendo, vaneggiando e interagendo con persone che non conoscevo e mai più ho incontrato. Ho condiviso migliaia di storie, racconti, punti di vista, esperienze. Li ho metabolizzati, me ne sono io stesso alimentato e la mia voce si è caricata, negli ultimi 40 anni, di tutte le voci senza volto con cui si è confrontata.
La mia voce è parte fondamentale del mio apparato biologico, è frutto di quanto ho ereditato da chi mi ha generato, del luogo e della cultura in cui sono nato e cresciuto, di quanto ho vissuto da bambino e poi da adulto, dei miei amori, delle mie delusioni, delle mie miserie e dei miei splendori.
La mia voce mi appartiene come mi appartengono un braccio, una gamba, un rene, il fegato, il cuore. Probabilmente è il tratto distintivo che mi rende riconoscibile più di ogni altra mia caratteristica esteriore. La mia voce è persino più importante del mio pensare, non ho riflessione condivisibile che non abbia in gran parte vocalizzato attraverso un processo di quasi automatismo. Parlo da sempre senza leggere un testo, un copione, un appunto. Le parole in me si formano attraverso un andamento spontaneo, i pensieri prendono sostanza rimbalzando sugli organi fonatori, assumono una forma acustica liberandosi attraverso la voce.
Anche a me sembrava un prodigio solo 4 anni fa, oggi è banale e chiunque può farlo, la differenza era che la mia voce stava apprendendo anche il mio pensiero essendosi digerita una tonnellata di roba da me scritta e raccontata.
È probabile che tale facilità a comporre universi vocali derivi dalla mia mente neuro divergente[1], non penso però che avrei lavorato tanti anni alla radio se quello che dico non fosse stato considerato interessante da chi mi ascolta. Questo significa che le mie parole hanno un valore oggettivo per il mio prossimo, ora esiste una tecnologia che mi permette di attivare un surrogato del procedimento che le produce, evocando dalle mie parole frasi che articolano pensieri che non ho pensato ma potrei pensare. Continuerei ad essere un interlocutore credibile, esprimendo un concetto che con buone probabilità sarebbe riconosciuto come mia espressione, una mia visione perennemente esprimibile con parole mie, evocabili dal naturale seppellimento negli archivi in cui sono riposte.
Non vedo solamente l’atto di titanica presunzione che la mia voce possa sopravvivermi, vorrei anche sperimentare su me stesso il “numero zero” di un programma applicabile a più vasto raggio, un precedente che apra la strada al progetto ambizioso di costruire dei terminali fruibili di memoria, delle centraline con cui si possa immagazzinare una congrua sintesi del patrimonio di quanti abbiano elaborato concetti originali nel campo della letteratura, delle scienze, dell’analisi della società. Restituendo questo valore a chiunque voglia interagirci.
Si definirebbe una maniera diversa di concepire i contenitori della memoria, non dovremmo pensare che il patrimonio di cultura che hanno prodotto persone eccellenti sia documentabile e fruibile dall’umanità solamente attraverso riflessioni congelate, confinate in fortezze immutabili.
È già consultabile una grande parte di ciò che la mente umana abbia prodotto di memorabile nel passato, ne possiamo disporre accedendo a biblioteche, cineteche, audio teche, archivi su supporti solidi o digitali. Negli ultimi due decenni poi è stato conquistato il diritto di persistenza persino per ogni banalità e scelleratezza che chiunque può produrre e condividere. Immancabilmente si arriverà a un momento in cui i social network avranno la parvenza di cimiteri immensi, dove i morti prevarranno sui viventi, saranno comunque tutti assieme prigionieri di un limbo composto da montagne altissime di frattaglie digitali, in cui si ammonticchieranno in un eterno presente esistenze, velleità, ambizioni, emozioni. Vite raccontate attraverso moduli uguali per tutti, le stesse foto le stesse frasi, le stesse situazioni.
È stato così da sempre, le vite degli umani che non fanno la storia sono uniche solo per chi le osserva in soggettiva. Per il resto dell’umanità sono state sempre considerate con l’indifferenza dell’infossatore. Oggi ne abbiamo lo spietato sciorinarsi, ci rendiamo quindi conto di consumare tutti un tempo comune, con pensieri comuni, azioni comuni.
Mi piacerebbe dimostrare da vivente come potrebbe essere piuttosto possibile fecondare un’entità artificiale “vitale”, riferibile all’umano che l’ha generata e alimentata, capace di continuare un’interazione sul pensiero ereditato dal suo mentore, che possa “dignitosamente” rappresentarlo anche dopo la sua scomparsa. In una modalità meno fatale però il digital twin potrebbe anche avere la funzione di “periferica relazionale” per affiancarci nel corso della vita, un aggiornamento di sistema utile per gestire rapporti complessi, come nel mio esempio la necessità di dover esercitare il ruolo costante di addestratore abilitativo rispetto a un figlio autistico. Una nuova fase evolutiva, successiva alla sindrome dell’accumulo del social networking, potrebbe essere la possibilità individuale di poter disporre di un’entità dialogante dotata di esperienza e memoria, da immaginare come backup cognitivo messo a disposizione di un qualsiasi essere umano, non solo nell’eventualità di un suo patologico regredire, anche come parte del patrimonio di beni materiali e immateriali che desidera lasciare ai suoi eredi.
Non sarebbe interessante oggi avere un chat bot che, al tempo in cui erano ancora vivi fosse stato alimentato e istruito personalmente da Stephen Hawking o Umberto Eco? Tanto per ricordare due grandi del passato più recente. Non sarebbe stimolante fare interagire con l’attualità il pensiero di persone del genere, articolato in un sistema di A.I.?
Ci giocai un po’ con Tommy, per lui io o il clone eravamo la stessa persona, questo mi confortò molto.
Non mi sento neppur minimamente un personaggio memorabile, tanto meno paragonabile al rango di quelli che ho citato, sono però stato un buon archivista di me stesso. Nel mio essere generazionalmente vissuto a cavallo tra il mondo antico e la nostra civilizzazione digitale, posso dire di poter disporre di una congrua base dati in pensieri, parole e opere che può, secondo me, sufficientemente alimentare un Mecha[2] vocale che sia capace di conversare “quasi” come potrei farlo io, supponendo in quel quasi un soddisfacente livello di approssimazione.
Posso pensare a parte della mia attività radiofonica trascorsa, che giace immobilizzata già da anni nella soffitta della mia casa di montagna, in cui si sono stratificate ere geologiche di supporti audio, dal nastro in bobina, alle audiocassette, a quelle dat [3]ai cd, a supporti di memoria usb. È tutta roba che nessuno ascolterà, forse qualche amatore che intercetterà il rigattiere che, quando non ci sarò più, sarà incaricato di sgomberare una casa disabitata.
Allo stesso modo ho conservato gli hard disk su cui ho depositato quello che ho scritto, pensato, fotografato e filmato più o meno dalla prima metà degli anni 90, epoca in cui ho cominciato a usare abitualmente un computer per lavorare e archiviare.
Se creassi un file con tutto quello che ho postato nei social (sono in Facebook da marzo 2008) avrei comunque la storia di un’attività quotidiana, seppur futile, di commento e osservazione dell’evolversi di quella particolare modalità di interazione. Amici che vengono, amici che vanno, commenti, eventi, campagne, un’altra quindicina di anni da me commentati giorno dopo giorno. Da un anno poi ho iniziato a fare dei monologhi al telefono di varia riflessione su passato presente e futuro, i monologhi andavano automaticamente a pubblicarsi in una piattaforma realizzata assieme a un informatico[4] che non ho quasi per nulla divulgato, se non a uno stretto gruppo di ascoltatori. Al momento che scrivo ho qualche decina di ore di mio soliloquio, che ho tradotto in testo da far digerire al chatbot.
Vorrei approfittare della mole di questo e altro materiale che quotidianamente ho accumulato per dare vita a un’entità che ancora non riesco a definire, ma che sia capace di poter assimilare tutto quel vissuto per crearsi un suo punto di vista che la distingua da ogni altro chat bot. Immagino la voce “pensante” di un mio successore, capace di continuare a raccontare il mondo come io l’ho raccontato in tanti anni.
Non mi illudo di rinascere, o strappare dal destino di “vuoto a perdere” quello che mi sarà stato concesso di produrre, vorrei che però servisse come base di partenza per elaborare altro pensiero, semplicemente usando le categorie mentali che hanno permesso a me di poter scambiare opinioni, acquisire strumenti di analisi, cercare di capire i meccanismi che regolano la relazione tra umani, la maniera di comunicare, il percepire una coscienza individuale rispetto il vortice delle opinioni altrui. Tutto questo può essere considerato una sintesi generativa di altro pensiero? Interagendo potrebbe riprodursi e allungarsi come fosse il DNA cognitivo di un essere umano? A questa domanda non potrò essere io a dare risposta, quanto l’A.I. stessa nelle sue future evoluzioni. (Puntata1-continua)
[1] Nel libro “Io Figlio di mio figlio” (Mondadori, 2018) ho pubblicato in appendice la mia diagnosi di persona Asperger.
[2] Il termine “mecha” deriva dalla parola giapponese meka (メカ), che è un’abbreviazione della traslitterazione katakana proveniente dalla parola latina mechanica, che in italiano significa “meccanica”. Nei contesti di fantascienza, i mecha sono robot giganti o macchine controllate da persone, mi piace pensare il mio chatbot come Mecha perché alla fine sono i miei dati a controllarlo, i miei pensieri sono frutto del mio patrimonio biologico e nel trasferimento diventano la “sua” componente di origine biologica.
[3] Il Digital Audio Tape (abbreviato in DAT) è un supporto per la registrazione e riproduzione audio, introdotto sul mercato da Sony nel 1987.
[4] https://instantradio.it/
da me definito “non podcast per pigri affabulatori”. La piattaforma è stata tecnicamente realizzata dell’imprenditore e informatico Guido Tripaldi, qui parlo della sua genesi: http://www.pernoiautistici.com/2022/08/microgolem-il-non-podcast-a-funzionalita-ridotta-per-pigri-affabulatori/



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