• Si è verificato un errore; probabilmente il feed non è attivo. Riprovare più tardi.
Archivi

La pistola (…e la spada) di don Verzè

 

 

Don Verzè (ritratto da Marcello Bonfanti per Wired)

Il suicidio di Mario Cal, braccio destro di Don Verzè nell’ amministrazione del S. Raffaele mi ha fatto riportare alla memoria una mia intervista allo stesso don Verzè che feci per il primo numero di Wired nel febbraio 2009. Allora mi raccontò che in anni passati un alto prelato a cui si era rivolto gli consigliò di comprarsi una pistola e spararsi nel caso di fallimento della sua attività imprenditoriale.  Quella frase oggi è ripresa da quasi tutti i grandi quotidiani (senza citarne la fonte, eccetto “Dagospia” e qualche sito). Riporto qui sotto l’ intervista completa  per dare un contesto a quella frase.  Intervistarlo mi costò molta fatica, don Verzè non si concedeva volentieri a giornalisti e incontrarlo non fu facile. Tra appuntamenti, chiacchierate, aspettative ci misi un bel mesetto. Riccardo Luna, allora direttore di Wired,  preferì glissare sul fatto che il S.Raffaele avrebbe voluto leggere l’ intervista prima della pubblicazione e quindi la nostra chiacchierata uscì senza tagli o “revisioni” da parte dell’ ufficio stampa o di qualche Sigillo. Per le foto chiamarono, Marcello Bomfanti,  un grande artista che interpretò perfettamente il carattere vagamente luciferino che avevo intravisto in quel personaggio.

Rileggendo l’ intervista, più che l’ aspetto profetico del suicidio con pistola come misura conseguente a un possibile fallimento del S. Raffaele, mi stupì il meccanismo di investitura dei “Sigilli”. Don Verzè mi raccontò che lui li consacrava con una spada….Mi sembrò più un rituale massonico che cristiano…Ho evidenziato in grassetto anche questo passaggio.

———————————————————————————–

LA FINE DELLA MORTE

Don Luigi Maria Verzé è il prete che dovrebbe farci vivere almeno 120 anni. Agli italiani lo ha annunciato Silvio Berlusconi in campagna elettorale e da Presidente del Consiglio ha spesso ribadito quel concetto, anzi lo ha citato persino come una delle ragioni per alzare l’età della pensione. Il luogo fisico dove si sta preparando il miracolo si chiama S. Raffaele. È un ospedale, un’università e l’ordigno da guerra che don Verzé usa per combattere la morte, un’eclettica cittadella sulla tangenziale di Milano contaminata da sacra follia, ma attraversata ogni giorno da più di  20mila persone. Tutta gente che va in quel posto o per salvarsi la vita, o per studiare come salvare quella altrui. Inutile chiedere al suo fondatore quando si avvererà la profezia della vita centenaria. Lui mi allenta una scudisciata con i suoi occhietti da santo inquisitore e saltella tra le domande con la sublime arte curiale di non rispondere mai: «L’illuminismo ha tolto il sacro per rendere l’uomo libero, ma gli ha tagliato le ali…». E le ali, per non sbagliarsi, don Verzé le ha attaccate ben visibili sulla schiena di quell’Arcangelo con la spada in mano che sopra la nostra testa sembra far la guardia armata al suo regno in terra.

Il S. Raffaele spunta come un fungo all’uscita Cascina Gobba, lungo la tangenziale est che porta fuori Milano. Oggi si affaccia tra la nebbia, con il suo cupolone presuntuoso e l’angelo in testa, in piedi lassù per sfidare S. Ambrogio e S. Pietro messi assieme. La semisfera del S. Raffele Verzé l’ha costruita più alta del Duomo, violando di proposito un patto non scritto che aveva limitato la statura di ogni chiesa milanese. Non contento ha voluto che fosse larga 43 metri, perché potesse superare di 3 il diametro della cupola del Papa di Roma. Questa è la sua città di Dio. Al centro c’è l’ospedale, ma pure monumenti, giardini, negozi. Una metropolitana trasparente, che cammina senza guidatore fino alla linea cittadina, uno zoo, un parrucchiere, una cartolibreria, un ristorante, un ottico, e poi un parcheggio interrato che è il più grande della Lombardia, un asilo nido, un liceo e l’università. Un albergo a quattro stelle per i parenti dei malati, l’elisoccorso, una casa editrice. Insomma una fortezza minimale nell’aspetto, ma gotica nell’essenza, di cui lui solo è il vero architetto e custode di ogni segreto. Spiega che l’ospedale è una Basilica, «intesa nel significato greco di un luogo di convergenza del sapere universale», un luogo dove soffi di continuo lo spirito divino anche per chi sia miscredente, con una classe medica quasi sacerdotale, se pur laicissima. L’importante è che ognuno di loro sia completo in ogni forma di sapere. «L’esperto di scienze naturali dovrebbe esserlo anche di scienze logiche, criteriologiche, ontologiche, antropologiche, metafisiche e teologiche». Una milizia di combattenti dunque, uomini capaci di destreggiare le scienze come arti marziali, ingaggiati per l’epica battaglia contro la  morte. «Qui  faccio star bene il corpo, ma dò anche spazio all’intelletto, così sicuramente arriva alla soglia dello spirito», dice.

Don Verzé parla molto volentieri della sua basilica, ma ben poco concede a chi è troppo curioso e vorrebbe sapere come farà a mantenere la promessa dei 120 anni. Tutta la struttura che affianca il fondatore sembra avere un vincolo di segretezza su questo progetto. Per capire lo spirito che aleggia al S. Raffaele basta considerare la “camera alta” del suo governo, i Sigilli, votati a vita alla causa. Alcuni di loro abitano con lui nella cascina accanto al S. Raffaele, dove si dice viva sorvegliatissimo e quasi blindato. Arrivarci è un passo, si attraversa un giardino con un torrente e un ponticello (sbarrato da una  cancellata), tanti pavoni che scorrazzano, poi lo zoo con le scimmie i lama e le caprette. Attorno ai Sigilli c’è un alone di mistero, quasi fossero emanazioni dirette del fondatore. «Di Sigilli ne ammetto ancora, l’investitura si fa al Tabor a Verona. Ho una spada lunga da qua a là, gliela metto sulla spalla e ordino come facevano i Templari. L’ultimo Sigillo è stato padre Paolo. Era un Carmelitano, ma ha rinunciato alla veste».

Una volta usciti da questa atmosfera alla Dan Brown può però anche capitare di incontrare Alberto Sanna, ingegnere nucleare che ha scritto sulla porta “E-services for Life and Health Manager”. È una delle strade verso i 120 anni, qui si lavora a un innovativo processo di raccolta dei dati fisiologici e biologici, che non sarà più circoscritto al contatto fisico con un medico e all’interno di una struttura sanitaria. «Accettare di collegare il corpo a una componente tecnologica non è facile per tutti», spiega Sanna e aggiunge che vorrebbe «indurre l’emozionalità nell’interazione con protesi elettroniche». Capisco così che chi ambisce alla longevità è bene che cominci a considerare nuovi canali di comunicazione per il proprio corpo: e infatti l’Istituto Scientifico San Raffaele ha un’importante cooperazione scientifica con il Mit di Boston e il gruppo del Media Lab che si occupa dei “Personal Robot”.

Chissà se questo don Verzé lo aveva in testa sin da seminarista, quando andò dal suo maestro, oggi  alla gloria degli altari come il venerabile don Giovanni Calabria. Gli confessò il suo dilemma: farsi prete o studiare da medico? Quello lo mandò di corsa a ordinarsi. La medicina restò comunque il suo rovello, la sublimò nell’architettonica ossessione di costruire edifici dove la salvezza sarebbe arrivata non solo dalla pratica religiosa, ma soprattutto dall’agire immediato nel procurarsi le macchine più moderne e il sapere più avanzato, trappole per la morte scovate in tutto il mondo. «Senza la ricerca scientifica e senza la tecnologia d’avanguardia, un ospedale è ancora soltanto un lazzaretto!», assicura e racconta la sua vita fatta di ammalati da curare, di soldi da inventare e di macchine meravigliose che fanno appunto la differenza. Il nostro prete ha sempre avuto la fulminante intuizione che la tecnologia non fosse poi figlia del diavolo: «Occorre ritrovare nella medicina – intesa come re-medium per il corpo, per la psiche e per lo spirito – una motivazione innovativa per una più ricca efficacia guaritrice. Oggi possiamo contare anche sulla mappatura del genoma, la ricostruzione della sequenza genetica, la terapia genica, la rigenerazione degli organi con le cellule staminali». È raro che un prete sia così disinvolto a maneggiare termini che aprono voragini nel dibattito tra scienza e religione. «Io amo la macchina come espressione della nostra capacità intellettuale», dice Verzé e quando parla delle sue modernissime attrezzature gli si illumina il viso. «Con la macchina che legge il dna si può prevedere il decorso clinico. Noi l’abbiamo e la facciamo lavorare per decine di migliaia di ospedali nel mondo. Ci pagano, naturalmente».

Il dna è un concetto fondamentale nella sua cosmologia fatta di Dio, uomo e scienza assemblati in un ordine che potrebbe  persino sembrare irrituale agli zelanti custodi della dottrina. Quindi il corpo va curato, ha un valore straordinario ed è interdipendente allo spirito. «È come se fossimo la clonazione di Dio, noi siamo il percorso di un neurone di Dio», spiega. «Certo che l’uomo di cui parlo è un superuomo, tutti tendiamo a essere superuomini. Io ho sempre cercato uomini intelligenti per il S. Raffaele, ma soprattutto liberi. Per questo ho preso Cacciari e ho preso Cavalli Sforza, Mancuso, Boncinelli. Adesso le dico una cosa che la scandalizzerà: basta dogmi! La verità non si impone, si conquista». In realtà sa di non sorprendere, da sempre questa è la sua rilettura teologica della scienza, una filosofia che parte dall’idea che il gene di Dio sia presente negli uomini: «La chiesa ignora questo fatto, ma penso che sia la cosa più facile da spiegare. Il dna va oltre l’aspetto biologico, io parlo di pensiero di Dio “sinaptogenico”. La stirpe umana è il processo di cellule neuroniche dal pensiero purissimo, autore del sé quanto dell’universo, uomo compreso».

Per intercettare le sinapsi divine ha costruito la cupola, il cuore del S. Raffaele. Un  luogo fuori del tempo e inclassificabile come stile architettonico. Edificio o centrale d’energia? A metà tra una cattedrale e un cenacolo di filosofi, ma potrebbe anche essere un’antenna che collega il cielo con la terra, o una pila cosmica per trasformare uomini in santi o scienziati… Per don Verzé è la rappresentazione concreta dell’idea che il dna sia «un pensiero reso architettura». Così ha composto la sua sinfonia di cemento armato e pietra bianca. L’elica del dna è stata ricostruita con una gigantesca struttura aerea, quasi una scala che va a infilarsi dentro alla cupola. Nell’anfiteatro da cui parte l’elica c’è un laghetto artificiale, «il lago di Tiberiade», con una vera barca: «È quella in cui Pietro portava Gesù per salvarlo dalle folle». La barca contiene un coro con dodici posti ed è anche un altare; accanto al timone ha una croce, basta pigiare un pulsante ed esce un cassetto che contiene l’Eucarestia. «La croce è alla base del dna e significa che il mio dna umano non è tale se non porta in sé quello di Dio, che permette di elevarci oltre ogni limite». Dentro la cupola stanno costruendo un globo di cristallo dove andrà a stare con i suoi più stretti collaboratori. Proprio sotto all’arcangelo alato, quasi fosse un’astronave. È sicuro che Verzé ami il volo, ma forse non proprio da rapimento estatico. Lui sa che anche per volare l’uomo ha ancora bisogno di una macchina e ha scelto di farsi regalare il miglior paio d’ali possibili per stare al passo del suo angelo custode. «A Natale passato mi hanno dato le chiavi di un Challenger. Ho sempre desiderato un Challenger, è la  migliore macchina per volare che oggi esista. Mi serve per andare in giro per il mondo. Vado in India, in Brasile, in Colombia, dove ho il S. Raffaele natante». E mi spiega che, sul versante del Pacifico, dalle montagne della Colombia vengono giù dei fiumi lungo i quali vivono indigeni di cui nessuno si cura: «E come si fa ad andare dentro a cercare malati? Ci vuole una barca. Ora ne abbiamo una di 26 metri, attrezzata come un ospedale».

Per quanto faccia di tutto per sembrare solo un parroco di 88 anni, don Verzé è un uomo che è riuscito a farsi finanziare opere colossali, anche a dispetto dei suoi superiori gerarchici, aggirando l’ostacolo e rivolgendosi direttamente al Padreterno. Sulla sua scrivania troneggia un meraviglioso crocifisso d’argento. «È il mio socio di maggioranza. Se lui dice “vai avanti”, io vado avanti e fino a che lui mi viene dietro non mi fermo». Verzé non scherza, lui parla davvero con il suo Socio e guardandolo non si fa fatica a immaginare che quello possa rispondergli. Come sempre è accaduto a ogni mistico, ma pure a don Camillo. Il crocifisso è quello che gli ha regalato più di mezzo secolo fa l’allora Cardinale di Milano Ildefonso Schuster. È una teca cruciforme d’argento massiccio che contiene il crocifisso pettorale di Carlo Borromeo, lo stesso su cui il santo pregava ogni giorno durante la manzoniana peste di Milano. Verzé chiede di sollevare quel reliquario di santità cardinalizia stratificata, pesantissimo; sotto c’è incollato un ritaglio ingiallito del Corriere della Sera: «È la foto di Vittorio Emanuele III di Savoia mentre bacia questa croce. Schuster quando me lo ha regalato ha detto: “Vedi, questo è l’unico crocifisso che è stato baciato da un re massone!”». Lui ci scherza sopra, ma non sempre ha potuto contare su cardinali amici. Una volta, ai tempi in cui Paolo Sesto era ancora il Cardinal Montini, qualcuno ebbe l’impressione che Verzé si stesse allargando un po’ troppo e fece partire una denuncia al Sacro Ministero. «Sono dovuto andare a Roma, ho subito un’ora di interrogatorio davanti a una commissione di monsignori. Hanno sentito le mie ragioni, poi uno di loro mi ha detto: “Lei non deve avere paura del Cardinal Montini. Lei deve avere paura solo di una cosa, quella di fallire! Nel caso le dò un consiglio. Il giorno prima del fallimento si compri una pistola e si spari o si butti dalla finestra del quarto piano”».

Don Verzé non avrà mai bisogno di quella pistola, anche perché con il suo Azionista alle spalle fallire non è poi così facile. Di chi lo chiama prete manager, per la facilità che ha dimostrato a inventarsi soldi per costruire e allargare il suo impero, non si preoccupa. In realtà, come abbia fatto a convincere per decenni imprenditori, politici e persino alti prelati a lui sempre ostili a finanziare le sue opere, anche quello è un segreto che non vuol dire. Ha rimandato tutti all’Azionista di maggioranza e quelli non se la sono mai sentita di protestare. Lo definiscono pure Berlusconi di Dio, troppo facile l’accostamento, non è certo un mistero che tra i due ci sia amicizia. Oggi il Cavaliere ripete in ogni occasione pubblica il suo entusiasmo per la vita a 120 anni che promette don Verzé. Nel numero di dicembre della rivista filosofica Kos, edita dal S. Raffaele, Silvio verga di suo pugno: «Sono certo che una vita più lunga di qualche decennio potrà diventare, grazie alla scienza, un obiettivo raggiungibile». A leggerlo sembra quasi pronto a condividerne i meriti: «Chi si occupa di politica, cioè degli altri, dovrebbe impegnarsi anche su questo fronte. La scienza che colloca il microchip sotto la nostra pelle e ci sorveglia a diversi fusi orari di distanza è ormai una realtà». Il ragionevole sospetto che il Cavaliere, oltre che sostenitore, sia anche cavia illustre dell’innesto di quel microchip allungavita spinge a chiederne conferma al don. «Macché, lui non ne ha bisogno! Quando viaggia, in aereo ha sempre vicino un medico del S. Raffaele».

Però quello del microchip che collega l’uomo alla macchina divina è un progetto di cui le cronache dei giornali veronesi parlano da quattro anni: dovrebbe realizzarsi al Quo Vadis, un ospedale virtuale, un luogo del futuro dove le macchine lavorerebbero al posto dei medici. Nell’entourage preferiscono definirlo un “portale del benessere”, di certo si sa solo che dovrebbe sorgere sulle colline di Lavagno, vicino a Verona appunto, e che dovrebbe allungare la vita suggerendo ai pazienti, in tempo reale e a distanza, tutte le scelte che permettono un’esistenza migliore. «Ci vuole un luogo dove la tecnologia sia sofisticatissima e l’uomo sempre sotto controllo», mi dice Verzé. «Abbiamo una società che studia cosa fanno gli altri in tutto il mondo per il monitoraggio della salute. Vogliamo creare una struttura stabile per sorvegliare il benessere dei cittadini. Se lei stesse per avere un infarto, per esempio, potrebbe essere avvertito un’ora prima, in tempo per raggiungere un ospedale». Si immagina che il Quo Vadis dovrebbe essere un centro di elaborazione di dati “personalizzati”, trasmessi anche attraverso microsensori per monitorare la persona e consigliarle ogni istante quale sia il passo giusto da fare verso il suo obbiettivo di vita ultracentenaria.  Se però a Verona è stata per ora posta solo la prima pietra, al S. Raffaele di Milano si parla già di  “Ingegneria della consapevolezza”. L’idea è personalizzare gli stili di vita, considerando la proiezione sociale dell’individuo e la sua dimensione etica. Un aiuto alla sopravvivenza “estrema” attraverso un sistema integrato di “devices” elettroniche. Meccanismi per ora più simili a braccialetti dovrebbero interagire con sensori ambientali, indicando come nutrirsi, relazionarsi, curarsi. Al dipartimento di  informatica cardiovascolare stanno anche lavorando a un dispositivo che, in una prima fase, possa tenere sotto controllo variabili elettriche del cuore e l’impedenza toracica, ma confidano che in futuro, attraverso molecole indicatrici di sovraccarico di lavoro o di danno cellulare, possa segnalare anche variabili biologiche.

«La vita è il più grande dono di Dio e su di noi incombe l’obbligo di rispettarla e conservarla sana il più a lungo possibile. Oggi già siamo a un allungamento medio dell’esistenza di tre mesi ogni anno». Ecco che la speranza di poter vivere oltre i limiti dell’età e intensamente torna sempre come punto essenziale. Quello che Mefistofele offriva a Faust in cambio dell’anima, diviene per don Verzé il fine di ogni cristiano. Anzi, nel suo pensiero, curare il corpo per mantenerlo sano e longevo aiuta addirittura a salvare l’anima. A dispetto delle gerarchie ecclesiastiche, i loro paludamenti, le pastoie della dottrina che sembrano lontane dall’essenza dell’uomo che sta  proprio nella carne di cui è fatto. «Un giorno sono andato con don Calabria nella villa che era stata la residenza di un cardinale. C’era un suo ritratto immenso in abito solenne, era superbo, ben  sei metri di coda. Pensi che per poter camminare aveva bisogno di due caudatari che gli reggessero lo strascico. In quella stanza c’era pure un letto bellissimo, a baldacchino e tutto damascato. Don Calabria mi ha raccontato che quel cardinale in età matura si ammalò. Un giorno che andò a visitarlo vide che c’era anche un nobiluomo di servizio che si affannava attorno a lui, entrava e usciva di continuo: “Eminenza come sta? Eminenza vuole il brodino? Eminenza vuole  più luce?” Eminenza qua, Eminenza là… Così per un bel po’, fino a che che il cardinale, esasperato, a un certo punto si è messo la mano sotto il sedere e l’ha tirata su grondante di cacca. “Ecco l’eminenza, questa è l’eminenza”. Ricordo questo come una lezione, mi ha fatto rifiutare ogni titolo, non ho voluto essere nemmeno monsignore. Io sono solo un sacerdote». (Gianluca Nicoletti. Wired feb.2009)


Bookmark and Share