La banca dell’anima

Da tempo rifletto sulla necessità di adeguare all’ espandersi della nostra coscienza digitale anche il rapporto da instaurare con la morte. Sono arrivato alla conclusione che il cimitero: luogo tradizionalmente dedicato all’ elaborazione del lutto, oggi non abbia più ragione di esistere. (vedi articolo sull’ eternità digitale). Ci dovrebbe essere un graduale passaggio a un oggetto personalizzabile che contenga la memoria dei nostri trapassati, ma che ci permetta ancora vivi di preparare l’ estrema dimora che conterrà ciò che noi siamo stati, ma non più ristretta a un mucchio di materia organica in disfacimento, ma alla nostra vita digitalizzata che consegnamo a chi resterà quando noi non saremo più tra i vivi. Qualche anno fa si parlò della ricerca Microsoft “MyLifeBits” , ma non mi sembra che l’ esperimento abbia poi realmente portato a un prodotto che possa sostituirsi all’ idea cimiteriale del luogo della memoria. L’ ipotesi a cui sto lavorando parte dalla creazione di un database adattabile alle esigenze di classificazione della vita di ognuno. La propria esistenza potrà essere immessa in vari campi che dovrebbero permettere l’ analisi del passato sotto i più svariati punti di vista. A seconda della richiesta i momenti che costituiscono una vita potrebbero essere ad esempio classificati per data, ma anche per grandi periodi: fanciullezza, adolescenza, età matura. O per boe emotive legate a fasi come l’ affettività, la nostalgia, le attività svolte- Vedi ad esempio gli amori, le case abitate, i luoghi in cui si è vissuto, i lavori svolti ecc ecc.

L’ importante è che il software   possa permettere un inserimento facilitato dei dati personali di ogni tipo che fanno ad accrescere ogni giorno la nostra “Ombra digitale”. Per gi emigranti digitali sarà necessario un supporto che funga da service per la digitalizzazione degli oggetti, delle immagini, degli audiovisivi  (magari a domicilio per i più anziani). Questo consentirà   l’ upload del loro quotidiano, o dei ricordi di un caro scomparso, in un supporto che ne permetta una facile gestione. Sarà allo stesso tempo importante pensare  un “oggetto” che renda possibile la “proiezione” dell’ anima digitalizzata e quindi, emotivamente, la sua resurrezione ogni volta che si avrà desiderio di richiamare alla mente un ricordo. Chi fornisce il servizio potrebbe pure conservare nei propri server le “anime” dei propri clienti permettendone l’ upgrade a tempo reale e rendendone disponibile la fruizione on line. Importante è che l’ oggetto che evoca l’ anima digitale sia caricato di un valore simbolico, non debba essere indifferente, ma abbia una sua unicità legata all’ anima a cui questo corrisponde.

In rete ci sono vari tentativi di digitalizzazione della memoria individuale, più che altro legati a performances artistiche o a esperimenti individuali. Molto noto è l’ esperimento “Jonathan Keller’s daily photo project” in cui un ragazzo si fotografa ogni giorno per otto anni mettendo poi ogni foto in rete. E’ un esempio estremo del desiderio di auto-storicizzazione, che in fondo è alla base della fortuna del web 2.0 e del social networking più nello specifico.

Jonathan Keller che velocizza lo scorrere del suo tempo digitale

Anche in una sequenza di fotogrammi si riassumono i 39 anni di Homer Simpson

Fino al  video così noto da essere  visto oltre 12 milioni di volte in cui Noah scatta una foto della sua faccia ogni giorno per sei anni.

Tutti questi esempi comunque non sono che appena rappresentativi di una possibile banca dell’ anima. Sono sequenze dimostrative e non racchiudono un progetto strutturato di autostoricizzazione. Dimostrano unicamente quanto sia sorprendente osservare condensato in un supporto digitale lo scorrere del nostro tempo. Più le generazioni che si succedono entreranno nella dimensione di una gestione digitale del proprio ricordo e delle proprie emozioni, più per loro non esisterà altra dimensione della sopravvivenza che non sia digitalmente rappresentabile.

Noi già in vita ci stiamo abituando sempre di più all’ uso di macchine di relazione, tecnologie che ci mettono in contatto e per di più fungono da lubrificante per evitare l’ attrito da distanza. Vale a dire che ci permettono di accorciare il tempo che dovremmo impiegare a percorrere uno spazio.
I nostri sensi non sembrano più adeguati alla nostra necessità di espandersi nella condizione spazio temporale di una relazione che presupponga velocità di connessione e abbassamento dell’ attrito da distanza.
Avremo quindi bisogno di protesi che suppliscano sempre di più ai limiti sensoriali della nostra natura biologica, per comunicare e comunicarci in maniera sempre più profonda ed estesa. E’ difficile credere che questa nuova natura relazionalmente multitask continui per molto tempo a evitare di affrontare la gestione del problema che noi tutti prima o poi si morirà, sia per il mondo concreto, ma ancor più per l’ universo delle nostre relazioni digitalizzate. Per questa ragione sarà presto necessario costruire nuove ritualità, maniere di conservazione della memoria di chi biologicamente si esaurisca alternative a incassettamenti, zincature, lapidi e necrologi. Occorrono vere e proprie “liturgie” condivise che siano efficaci per ricostruire una nuova dimensione del morire e trasmettere la memoria di chi muore a chi gli sopravviva. Questo si renderà necessario anche per contenere il dolore della perdita di una connessione/relazione per la sua morte definitiva, non solamente perchè ci abbia bannato o cancellato dalle amicizie di Facebook. La banca dell’ anima dovrebbe rispondere esattamente a questo bisogno.

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