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INTERNET PUO’ ESSERE FONTE DI IDIOZIA PER CHI CREDA DI ABITARNE AL CENTRO, IN REALTA’ LA VERA DIMENSIONE DELLA RETE E’ LA PERIFERIA


Internet ha avuto successo perchè si è  inizialmente  sovrapposto ad ogni precedente luogo dell’ utopia. Quale migliore dimora dell’ immaginario che il territorio dell’ inconcreto che si apriva come esperienza sincronica e condivisibile. Un avamposto di sperimentazione sul campo, un grande teatro digitale, dove si possano rappresentare talenti di umanità residuale. Un’area periferica rispetto alla percezione comune e per di più dotata di quell’aura di “luogo fuori dalle regole” che segna sin dall’ inizio la necessità di  sregolatezza propria del mondo digitale. Con in più la  caratteristica ambigua dell’ oscillare tra valore proclamato di luogo non convenzionale e terrore di chi vorrebbe regolarlo, che pur tuttavia contribuisce a confermarne la natura “eretica”.

Ebbene non esiste luogo maggiormente rappresentativo dell’ Eresia. Intesa come momento di incondizionata creatività, dell’ indicibile abitante delle periferie. Non si pensi che sia un gioco verbale di manieristico amore per il paradosso, il cittadino dei quartieri periferici è geneticamente muti task. Usa con disinvoltura estrema protesi emotive per affermare la propria esistenza e ricostruire autonomamente consuetudini e relazioni che le generazioni precedenti non hanno saputo trasferirgli come esperienza. Il cyber coatto è l’adolescente che si propone come collaudatore e stuntman delle tecnologie più avanzate, per lui sono friendly le macchine perché non sanno esserlo più le persone.

Il “Tekno Coatto” è il motociclista, il camionista, l’ automobilista con il navigatore satellitare. Ogni impiantista di aria condizionata, centralina elettrica, rete informatica ha in mano le chiavi del suo tempo più di un giornalista un professore d’ università, un prete, un politico. Il così detto digital divide in realtà regala terreno ai marginalizzati e lo fa perdere a quelli non si adeguano… Non illudiamoci !!!! Se valutassimo la nostra classe politica con questo metro, dovrebbero andare tutti a scuola dai loro autisti.

Facciamo nostro il punto di vista del coatto. Non lo fa nessuno, oggi tutti prendono e distanze dal popolano affrancato perché vale solo come manichino in carne  di stili griffati, modi d’ essere distinti nell’ abbracciare scelte seriali che  esistono solo perché lui sopravvive. Questi  è  il burino, il tamarro, il grezzone che tutti prendono in giro e che in fondo assolve l’ importante ruolo sociale di far sentire tutti gli altri raffinati damerini, intellettuali sopraffini e tutto sommato esseri superiori.

E’ una legge fisica, il tamarro sopravviverà tra le macerie della nostra società. Il tamarro è ancora una stirpe giovane e deve elaborare la sua epica che al momento è fatta di stimoli molto basici: calcio, soldi, fisico, ma soprattutto “essere nel giro di quelli famosi” anche solo per annusare l’aria. Il tracollo dell’egemonia culturale radical chic è stato anche determinato dall’essersi posti il “tamarro style” come riferimento negativo nell’elaborare una propria qualità di pensiero élitaria.

I più studiano il coatto con l’ altezzosità e il paternalismo del missionario  di fronte ai selvaggi da civilizzare, Invece noi ci spogliamo dall’ incivilimento dei compagnucci di redazione e ci facciamo di tamarraggine.  Qualora servisse un riferimento iconografico al nostro interlocutore ideale, dobbiamo evocare la figura di Ranxerox.

E’ il coatto della fantasia che più assomiglia a una profezia della nostra riflessione. Creato dalla matita di Stefano Tamburini negli anni di “Frigidaire” (fine 70 primi 80) era un moderno Frankenstein tecnologico, costruito con pezzi di fotocopiatrice Rank Xerox. Un ragazzone con occhiali da saldatore che si aggirava tra le strade di una Roma degradata,  apocalittica  e violentissima- Una città multietnica attraversata da una metropolitana a 30 livelli, con bande di baby teppiste sanguinarie, tutto molto simile allo scenario delle odierne paure sociali, giustificate o indotte che siano.

Ranxerox è oggi un eroe dimenticato, annegato nelle paludi del politicamente corretto. Per la sua radicale e cosmica violenza gratuita è stato epurato dalla memoria collettiva, ma è stato il primo e unico personaggio di fumetto italiano anticipatore di ogni passione per quell’inorganica lussuria che si pensava fosse caratteristica di una post umanità.

Dovremmo idealmente riesumare glorioso Ranxerox, Alla faccia dei chiacchieratori da conferenza, dei guru delle nuove tecnologie, dei pipparoli della blogosfera del social networking, del web 2.0. Alla faccia di quelli che osservano senza metterci i piedi dentro, di quelli che parlano senza rischiare, di quelli che per esserci sempre vanno sempre ai convegni, arrotondano con le tavole rotonde, guardano scrivono si lodano si sbrodolano dicono che internet è il futuro che internet è democrazia che internet è condivisione che internet… che internet… che internet…

Così ogni periferia potrebbe essere l’avamposto strutturato di una realtà di pensiero digitale già esistente. Il fortino glorioso della normalità del multitasking esistenziale, sarebbe un segnale importante di testimonianza territoriale che dimostri che Internet non sia più una realtà diversa dal nostro comune sentire…Il cittadino di periferia dovrebbe poter dire dei suoi osservatori: “Ma dove vivono quei poveri picchiatasti tristanzuoli? Quella che per loro è una scoperta, per noi è solo un’utility… Non è una profezia del futuro… Quando mai! Quello che chiamano futuro è già passato prossimo. Noi abbiamo ucciso quel futuro da istant book cyberfighetto, noi stiamo vivendo oggi quello che vorreste far credere accadrà domani.

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