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Si può o non si può…Il dubbio consuma l’ idiota e la sua ombra digitale

Non la vediamo e ancora non ci pesa sulle spalle, ma la nostra “ombra digitale” cresce a dismisura e forse dovremo cominciare a preoccuparci. L’ ultimo numero di Focus lancia questa inquietante ipotesi sui dati digitali che ognuno di noi produce attivamente e passivamente ogni giorno. Quello dell’ ombra digitale che si allunga sempre più al nostro passaggio, naturalmente, è un peso non esprimibile in termini di materia solida, ma potrebbe diventare faticosissimo da sopportare ugualmente. L’ ombra in questione si alimenta dei dati  digitali che vengono registrati su di noi quando telefoniamo, mandiamo una mail, compiamo una transazione economica. Non solo, ma ogni frammento di nostra vita reale che viene digitalizzato da una telecamera, telefonino, videocamera di sorveglianza è un ulteriore alimento per l’ ombra digitale che cresce, cresce e diventa sempre meno controllabile con le nostre sole forze.

Quando ad esempio nasce un bambino solo i filmetti che si girano in famiglia, per avere il primo ricordo digitale del lieto evento, appoggiano su quelle tenere spallucce di neonato i primi 250 gigabyte di ombra digitale. La ricerca non ne fa cenno, ma per moltissimi la storia inizia ancora prima con i video delle ecografie che girano tra amici, magari via You-Tube, per cominciare a stabilire somiglianze e impronte genetiche. Sembra un gioco innocuo, ma è ombra digitale prenatale con cui quell’esserino dovrà fare un giorno i conti.

Per dare una rappresentazione fisica ai dati digitali prodotti ora nel mondo si immagini che  riempirebbero 12 pile di libri alte quanto la distanza tra la Terra e il Sole, (oppure una pila di libri alta come due volte la lunghezza dell’orbita terrestre) e si prevede che a questi ritmi di crescita, per il 2011 la pila coprirà due volte la distanza tra il Sole e Plutone, una cosa come circa 6 miliardi di Km).

Non esiste una Babele burocratica immaginabile dalla mente umana paragonabile al mostro impalpabile “universo digitale”, miliardi di informazioni di cui la gran parte noi nemmeno si immagina di generare. Prendiamo un’ azione banale come l’ invio di un’ email che pesa semplicemente 1 Megabyte se è priva di grossi allegati, è un peso digitale che sale immediatamente a 51 Megabyte, solo se quella mail è inviata a 4 persone. L’ aumento immediato di ombra digitale è infatti provocato dalle copie che automaticamente fanno del documento inviato sia i singoli pc degli utenti, sia i server che gestiscono la posta. A loro volta i destinatari, poi, quando scaricano l’allegato, creano altri duplicati. ingigantendo così le ombre digitali dei loro ignari utenti.

L’ ombra digitale poi non è detto che appesantisca  unicamente la lecita aspirazione alla privatezza di ogni essere umano. Il suo impatto è reale anche nel mondo concreto: ad esempio anche il consumo di energia cresce assieme al fantasma dei dati digitali.. Mediamente un server rack nel  nel 2000 si limitava ad assorbire  la potenza di 1 kW. Oggi già ne consuma 10 e  si sta lavorando alla nuova generazione da 20 kW.  Focus stima che Google abbia un potere di fuoco di circa 450.000 server, macchine generatrici di ombra digitale che hanno bisogno per lavorare di una potenza totale di 90 MW, equivalente a quella prodotta da una centrale termoelettrica di media grandezza.

Per paradosso la mole maggiore di questi dati, che poi formano l’ ombra digitale, è sempre meno gestita dal singolo individuo, ma piuttosto dalle grandi aziende, molte di queste forniscono gratuitamente servizi utili e allettanti come caselle di posta di capienza illimitata, spazi server per pubblicare e scambiare foto, filmati e meravigliosi gadget che ci tengono incollati come bambini alla stressa macchina che usiamo per lavorare.  Sarebbe  giusto che cominciassimo a renderci conto che questo gioco ci fa sentire smisurati nelle nostre relazioni, ma presto ci impedirà di operare ogni forma di controllo e ripensamento su ciascun byte della nostra vita che affidiamo alla rete, ma che ci ritroviamo automaticamente dietro alla schiena trasformato in inquieto spettro digitale. Una parte  della nostra vita privata  che abbiamo fatto serenamente trapassare nell’ aldilà digitale, ma forse  senza la piena consapevolezza che qualcuno potrebbe, in ogni istante,  metterci il naso anche senza chiederci il permesso.

ANCHE IL PAPA LO FA

Benedetto XVI sbarca su Facebook. La notizia passerà sicuramente come l’ annuncio di un pastorale social networking, però le cose non stanno così. Il Papa non chiederà mai l’ amicizia on line, prima ancora non manderà un “poke” per poter  cautamente occhieggiare nei profili altrui. Non lo vedremo certamente  apparire nell’ elenco dei nostri contatti disponibili alla chat. Tutto questo per una semplicissima ragione, il Papa non può mettersi a disposizion di chiunque voglia  scambiare con lui  “amicizia”.

In realtà  chi ha un profilo Facebook potrà solo scaricarsi un’ applicazione chiamata “Pope2You” che gli permetterà di inviare cartoline con immagini del Papa e suoi pensieri. Insomma un santino digitale da usare come sfondo del desktop anziché infilarlo nel portafogli. Chi sta in rete questo l’ ha capito e  usa l’ applicativo pontificio come le altre migliaia che  Facebook mette a disposizione per augurare il buon compleanno o per regalare un mazzo di virtual fiori.

Chiunque sia caduto nell’ equivoco è in parte giustificato, la comunicazione prestava qualche margine di dubbio per a popolazione  più digitalmente sprovveduta,  ma è pure vero che  di simulatori di presenza papale in Facewbook  ne erano stati messi dentro già un’ infinità, tanto che alcuni giornali, a corredo della notizia su cui stiamo ragionando, hanno pubblicato lo screenshot di uno dei tanti profili fasulli, quelli creati da chi intende la rete come luogo in cui sperimentare la propria capacità  di contraffazione di illusti identità.

Dietro questo  progetto invece c’è don Paolo Padrini, quel parroco di Stazzano che ha una particolare predilezione a programmare piccoli supporti informatici alla fede. Dopo averlo già fatto su  iPhone, con un Breviario per tecno preti da scorrere quotidianamente  con il touch screen, ora si è cimentato nello sviluppo dell’ applicativo per Facebook  e si dice  soddisfatto per le venti cartoline al minuto che già stanno passando tra i computer dei primi fedeli scaricatori.

Il proposito di chi  cura l’ immagine papale è senza dubbio sinceramente orientato a creare un contatto virtuale,oltre che virtuoso,  soprattutto  laddove si pensa che i giovani passino la maggior parte del loro tempo e amino sollecitare le loro emozioni. Don Padrini è il primo dirci che “il Papa non è  un divo di Hollywood che firma autografi”, cerca di spiegarci che il suo strumentino informatico  “favorisce dinamiche relazionali sull’ esperienza cristiana”, dicendo di temere per primo il fraintendimento di un Papa che apra il suo profilo Facebook.

In realtà  la comunicazione attorno Ratzinger sembra volerlo associare  sempre di più spesso e volentieri al cyber-pensiero. Nella giornata mondiale della gioventù a Sydney del 2008 ha fatto notizia la compressione del suo nome in “BXVI” come firma di un sms che è stato mandato dall’organizzazione ai convenuti.  Nel gennaio dell’ anno successivo i giornali titolavano la svolta  vaticana su YouTube con un canale dedicato alle attività del Pontefice.

Sembra quasi che  nel voler comunicare questo Papa si cerchi una strategia in forte antitesi rispetto a ciò che rese unico il precedente. La potenza d’ immagine mediatica di Wojtyla.era fortemente condizionata dalla sua fisicità; sia in piscina che sugli sci, sia sanguinante in piazza S. Pietro che agonizzante negli ultimi giorni. Insistere con l’ affinità di Ratzinger per l’ incorporeo  web 2.0 non sollecita certamente l’emotività popolare, chi crede ha forse ancora bisogno di immaginare Papi e Santi fatti di carne come ogni altro essere umano.

Dopo le parole del Papa molti  cederanno con minori sensi di colpa alla seduzione del web di ultima generazione. Facebook ha già avuto nel nostro paese una straordinaria fortuna, questo ha all’ inizio sorpreso un po’ tutti gli osservatori, dato che siamo anche il fanalino di coda nelle tabelle del digital divide. Però viviamo felicemente il paradosso grazie alla dimensione strapaesana della socializzazione via web dell’ italiano medio. Le “amicizie” per noi  in realtà  sono più che altro certificazioni in rete  tra persone che, già nel mondo concreto, hanno contiguità geografica o affinità professionale. Insomma per gli italiani  il social network è la rilettura telematica del circolo aziendale, della pro loco, o della balera di paese. I meccanismi di controllo reciproco sono più immediati, le seduzioni improprie più semplici, le invidie da condominio più marcate. Il rapporto di amicizia formale si gioca sull’esposizione trionfante di foto delle reciproche vacanze, delle prime e seconde case, delle automobili, della forma fisica, dei partner amorosi. Si aggregano così  persone che però, oltre il chattare, hanno anche facoltà di votare,  ecco quindi che l’ idea di usare concretamente gli strumenti di social networking inizia ad attraversare anche le stanze del potere, quasi come una tentazione adulterina rispetto alle più tradizionali forme di comunicazione di un volto, un’ idea, una posizione ideologica.

In un primo tempo gli uomini politici che si affacciavano timidamente alle forme più spinte di partecipazione web avevano l’ intenzione di legare la loro immagine a un’ idea di novità, freschezza di pensiero e apertura mentale  per  apparire sui media tradizionali. Poi è arrivato l’ effetto Obama e improvvisamente anche a casa nostra è cresciuta la voglia di emulazione del grande cyber abbraccio con l’ elettorato. Sta quindi emergendo una richiesta specializzata di strumenti pratici per imparare a trovarsi amici in rete Si è costituito in questi giorni un gruppo di lavoro interdisciplinare all’ Università di Milano la Bicocca proprio per studiare come si stiano mettendo in gioco personalmente i politici italiani in rete e come i cittadini interagiscono con loro. “La prima impressione è che ancora prevalga l’uso strumentale della rete in vista di una ricaduta su media mainstream- dice dal gruppo Andrea Rossetti docente di informatica giuridica- ma anche l’ atteggiamento dei cittadini non sembra particolarmente  entusiasta di stringere rapporti meno formali con loro. Oltre che aderire ai gruppi come fan e segnare una loro appartenenza, non sembrano interessati a voler contribuire alla creazione della sfera pubblica.”

Luigi Crespi si è specializzato pure lui nel ruolo di web spin doctor,  passando  dall’ invenzione televisiva del “contratto con gli Italiani” a supportare il ministro Brunetta nella gestione dei suoi 35000 supporter in Facebook: “Il suo è un vero rapporto B2B, risponde personalmente alle domande di ognuno lavorandoci la notte. Noi ci limitiamo a dividere per argomenti, anche i video che pubblica con le sue risposte  sono volutamente girati in maniera “amatoriale” e del tutto informale per mantenere un senso di familiarità.”

Walter Veltroni è stato uno dei primi a mettere il suo profilo in Facebook, tanto che prima di Natale ha convocato “fisicamente” 600  web amici in una discoteca romana. Dal suo staff  dicono con sorpresa di non aver non visto le stesse facce che di solito  bazzicano gli incontri politici: “Erano soprattutto donne, il clima era quello veramente di una festa.”

Mariastella Gelmini invece di gruppi su Facebook ne ha almeno quattro di cui il più frequentato ha 27000 iscritti. Il problema è che lei non ne gestisce nessuno. “Stiamo cercando di metterci in contatto con chi ha aperto i gruppi- dice il portavoce- ma per ora il canale che più usiamo è quello dei video su YouTube.” Però ci dicono anche che la ministra, ogni sera prima di andare a dormire ci passa un bel po’ di tempo a spiare gli scavezzacollo della rete che si accapigliano, divisi tra odio e amore, attorno al suo bel faccino. Loro non lo sanno, ma a lei non sfugge una virgola di ogni messaggio e forse presto si deciderà anche a rivelarsi di persona.

IL LATO OSCURO DELLA FORZA

Lo stupratore seriale è un terribile personaggio/simbolo  che dalle cronache rimbalza in rete, dove produce indignazione, ma non prudenza nel dare informazioni sul proprio privato. Solo su Facebook esistono oltre 200 gruppi che contengono nella loro dicitura un riferimento al termine “stupratore”, anche se i motivi dell’ aggregazione sono dei più disparati. Molti dei gruppi come “Mobilitamoci contro Rapelay il gioco dello stupratore” protestano per impedire la diffusione nel nostro paese del video game il cui nome è un gioco di parole che indica lo stupro ripetuto. Creato dalla giapponese Illusion, una società di Yokohama, che lo ha lanciato nel 2006 Rapelay ha fatto coalizzare in Italia oltre 30.000 iscritti  al gruppo che non vorrebbe far passare l’ idea che sia sano diffondere un gioco che trasforma lo stupro seriale di donne in un talento per vincere.

Un altro genere di gruppi protesta per le misure non adeguate a punire gli stupratori, per loro non ci sarebbero dubbi su come procedere: “Ghigliottina al 22enne stupratore di capodanno.”(140 iscritti), “Rimettiamo in galera lo stupratore di Roma”(341 iscritti). “Sputiamo in faccia allo stupratore della Caffarella” (160).

Naturalmente crescono gli affiliati in ragione dell’ incrudimento della pena prevista per lo stupratore: “Sei uno stupratore? Ti tagliamo le palle, figlio di puttana !” arriva infatti a 712 iscritti. Il cemento dell’ indignazione poi si solidifica ancor di più quando si passa ai particolari tecnici per la castrazione, sempre naturalmente “chirurgica e non chimica”. Il culmine  si raggiunge nel gruppo che invoca “Nessuna pietà per gli stupratori, cesoie arrugginite!”.

Impressionante è invece il numero delle adesioni ai gruppo “Le donne non si violentano….. si amano! Merde!!!” che conta 181.402 iscritti, e quello  “500000 per l’introduzione di misure detentive SEVERE per i reati di stupro” che è già arrivato a  20.857 iscritti.

Un terzo filone è quello dei gruppi creati per  reazione ai gruppi che invece hanno “mitizzato” stupratori resi celebri dalle cronache per le loro crudeli gesta come  “Ma la cosa che fa ancora piu’ schifo è che su Facebook ci sono gruppi a sostegno di Josef Fritzl.” Il padre-mostro di Amstetten condannato all’ergastolo per l’incesto e le violenze sulla figlia Elisabeth, su cui pesa il sospetto di altri quattro omicidi di giovani ragazze ha infatti vari gruppi di sostenitori come “Josef Fritzl Fanclub”  (930 affilati da Londra) E vari”Free Josef Fritzl” sempre con qualche centinaio di iscritti.

Mentre sul social network però si accende indignazione sulla violenza sessuale, nello stesso luogo sembra che ben poco facciano le potenziali vittime  per evitare di esporsi a situazioni non sempre controllabili. Per quanto sia facile che  il web aggreghi istanze, anche di grande passione, su temi di scottante attualità sociale come la violenza sulle donne, non è altrettanto scontato che all’ interno della stessa rete ci sia reale condivisione delle basilari regole di salvaguardia delle donne che la frequentano dal rischio di attenzioni non desiderate.

Aggiornare continuamente il proprio status via Blackberry o postare su Twitter ogni 10 minuti, come molte fanno, sicuramente fornisce indicazioni utili a molestatori seriali o peggio. Non tutti sanno che se si mette in condivisone in un gruppo una foto presa dal proprio album, e non si sta attenti, anche l’ album diventa sfogliabile da tutti i membri del gruppo, spesso migliaia. “Davvero è pericoloso mettere le foto in Facebook? Io ho messo quelle delle vacanze debbo toglierle?” E’ una delle domande che più spesso si vede circolare da chi comincia a non pensare che nessuno, seppur attirato dalle sue grazie spalmate sulla battigia, potrà entrare nella sua privacy. Spesso basta mettere come uniche informazioni la propria data di nascita e l’ indirizzo di email. La  mailbox  non è a prova di scasso, soprattutto se è di quelle free che fornisce  Yahoo. Basta fingere di aver smarrito la password e, dopo aver scritto l’ID della “vittima”, si va avanti fino a che come domanda di  backup, viene chiesta la data di nascita…Lei l’ ha messa sul profilo perché magari le piace ricevere i virtual auguri da tanta gente, ma  così  ha anche fornito la chiave della sua casella.. Altre volte sono gli stessi amici che fanno girare informazioni personali in perfetta buonafede, semplicemente taggado una foto di gruppo e scrivendo su questa commenti e riferimenti.

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