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Beati gli incurabili all’ ombra dei savi

Ho fatto il test di Kimberly per valutare il mio grado di dipendenza dalla rete.  Sono arrivato molto vicino ai 100 punti: il livello di guardia per cui si consiglia di “farsi vedere”. Sono straconvinto di star benone, ma ho deciso di presentarmi  lo stesso al Day hospital di psichiatria del  Policlinico Gemelli, ho scelto, non a caso, la struttura che in questi giorni si è meritata l’ onore delle cronache per aver aperto il primo sportello pubblico per i malati come me…Chi più chi meno.

Per essere sicuro di esser preso sul serio ho evitato di farmi la barba per due giorni, l’ addicted informatico immagino non ritenga di sottrarre tempo prezioso al suo mouse per impugnare un rasoio. Mi presento all’ accettazione tenendo acceso e bene in vista il mio palmare, mentre faccio la fila cambio il mio stato di Facebook e scrivo “Sto per ricoverarmi in clinica psichiatrica” , per caricare meglio l’ evento di significato aggiungo una mia foto dove brandisco una motosega…Faccio in modo che ognuno possa ben vedere quello che faccio. Mi accorgo però che, in quella saletta d’ aspetto dalle pareti grigie, il numero dei giornalisti supera di gran lunga quello dei pazienti. Mentre mi avvicino al vetro dove sta un infermiere che prende le prenotazioni mi accorgo che l’ operatore di un tg nazionale sta tranquillamente riprendendomi dall’ altra parte dello sportello.

E’ evidente che per lui era arrivato finalmente il pazzo di Internet che aveva aspettato per tutta la mattina. In effetti avevo fatto di tutto per sembrarlo, addirittura quando mi viene rivolta la parola continuo a digitare sul mio tastierino mentre mi qualifico: “Sono un  malato di Internet e voglio essere visitato da uno psichiatra!”  Mentre stanno per registrarmi esce da uno stanzino un codazzo denso di bionde reggi microfono, telecamere, taccuini, domandine, sorrisini. Una collega dall’acume volpino si sbraccia a salutarmi e vengo sgamato. Dal nulla quattro o cinque camici bianchi mi circondano sospettosi: “Ma lei è un paziente o un giornalista?” .  Rispondo di essere entrambe le cose, non si può? Pretendo la visita e vengo accontentato.

Federico Tonioni è un giovane psichiatra ricercatore alla Cattolica, ma anche la star indiscussa della giornata.  Mi accompagna in una stanza e mi fa accomodare. Pretendo il lettino, ma mi spiega che quelli belli  bianchi che vedo servono per fare le flebo ai tossici, posso anche accontentarmi della sedia.  Mi ascolta con attenzione, forse ha qualche sensazione che possa prenderlo un po’ per il naso, ma non mi interrompe mentre snocciolo i miei sintomi, peraltro veri:  “Ho iniziato una quindicina di anni fa. E’ stato un crescendo, ora sto attaccato al computer almeno sei ore al giorno. Quando sono in giro non mi stacco dal palmare sempre collegato. Gestisco una decina di migliaia di  contatti in Facebook, sono stato per dei mesi dentro Second Life…E’ grave?”

Tonioni mi guarda dietro alla sua barbetta grigia come per dirmi “ma proprio oggi dovevi venire a farmi perdere tempo?” Infatti con cadenza regolare ogni due minuti, dei venti circa che siamo stati in quella stanza, squilla il suo telefono per una richiesta di intervista, o dichiarazione, o delucidazione. “Non avrei mai immaginato  tutto questo rumore, tra un’ ora ho tre televisioni che mi vogliono intervistare.  Lei stia tranquillo che sta benone, non rientra in nessuna delle cinque categorie a vero rischio.  A meno che mi  nasconda che giochi on line o sia un consumatore compulsivo di cyber sex o pornografia…”

Naturalmente smentisco, ma chiedo quanto possa nuocermi il multitasking relazionale con i miei molteplici contatti virtuali. “Io ho una serie di pazienti che si creano profili falsi su face book per controllare il partner. Provare ad entrare nelle fantasie delle persone è estremamente pericoloso, dl momento in cui si cede a questo meccanismo non si pensa ad altro. “ Nessun problema per me, ma mi specifica come la smania  di controllo dell’oggetto dei nostri affetti  o passioni può degenerare. Anche provare rabbia per un sms o una mail senza risposta, o litigare tra partner per una chiamata persa al cellulare può essere il primo passo verso la china della dipendenza da protesi emotiva.

Allora come si diventa cyber tossici? “Guardi io da sempre seguo in questa struttura tutte le tossicomanie,  ho  notato un nuovo bisogno di perdere il controllo il più velocemente possibile facendosi con mix delle sostanze più varie, questo ha una relazione secondo me con l’ eccesso di controllo che esercita su di noi il sistema dei media elettronici. Non voglio con questo  essere additato come il nemico di Internet, già mi si accusa di esserlo in molti blog. Non è detto che l’ ipercontrollo che la rete esercita su di noi  sia un male, ma ci impone di cercare un posto dove nasconderci, oggi la più efficace maniera di nascondersi è la perdita della coscienza.”

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Il maresciallo di Subiaco avrebbe fatto meglio a sparare al computer delle figlie, invece di fare una strage. Sarebbe stato comunque un gesto folle, irragionevole e inutile, ma per lo meno avrebbe avuto il sollievo di prendersela con il suo vero nemico, l’antagonista subdolo e per lui insondabile che lo aveva spodestato della sua autorità indiscutibile di padre.

Si può ipotizzare che corto circuiti del genere avvengono in insiemi familiari in cui la cultura digitale trapela dal basso, è una conquista esclusiva delle giovani generazioni e viene vista come un’intrusione da quelle più attempate. E’ palese che il maresciallo non avesse gli strumenti culturali per gestire il rapporto delle figlie con il social network. Non è che sia facile, l’unica labile possibilità che un genitore può giocarsi per mantenere il suo ruolo di guida, anche nei mondi paralleli che apre la socializzazione attraverso la rete, è quella di dimostrarne competenza.

E’ chiaro come un padre che non conosca, se non per sentito dire, quello che accade tra gli utenti di Facebook, possa solo vedere come un pericoloso perditempo quell’inspiegabile gioco di scambiarsi messaggi e foto con una macchina. Altrettanto banale è immaginare che per le ragazze l’attività in rete potesse essere  diventata compulsiva, sicuramente causa di disordine rispetto agli impegni scolastici, quindi motivo principale di attrito con il genitore. Solitamente questo avviene nelle famiglie in cui un computer collegato in rete, come un palmare, un telefonino di ultima generazione, siano considerati semplici indicatori di status di cui dotare i propri ragazzi perché non debbano sentirsi socialmente svantaggiati rispetto ai loro compagni di scuola. Questo approccio superficiale con la tecnologia “relazionale” determina l’uso scorretto della stessa da parte di chi se la trova in mano senza nessuna regola da osservare, nessun limite, nessun consiglio. Facilmente la macchina, in sé  non  è sicuramente colpevole, esercita il suo fascino seduttivo di protesi emozionale e moltiplicatore di suggestioni. Se l’attività di social networking è piacevole, permette di tenere attivo un gruppo di amici in continua fibrillazione di attenzione attorno alla propria persona, fa volare il tempo e appaga il proprio  narcisismo, ma perché un giovane dovrebbe negarselo? Qui è il punto, se l’alternativa virtuale assorbe ogni interesse per il quotidiano significa che questo ha perso di valore. Un genitore a quel punto dovrebbe farsi qualche domanda, o ancor meglio studiare e capire cosa si stia sbocconcellando il tempo dei propri figli, mettere mano alla pistola è ancora di più in questo caso inutile. La rete è invulnerabile alle pallottole, ma si addomestica con la cultura.

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La signora siciliana non riesce a darsi pace per le virtual camerette che le hanno svaligiato. Un crudelissimo pirata informatico ha fatto bottino delle sue poltroncine, dei tovagliati in pizzo, di vetrinette e chincaglierie. Così le è stato demolito ogni orgoglio da cyber bricolage, a lei che  a 45 anni si era rifugiata in quel bel quartierino per fughe domestiche costruito in Facebook.

Non c’è  una norma specifica per il furto di oggetti immateriali, ma nel 2007 in Olanda un ragazzo di 17 anni fu persino arrestato per aver rubato mobilio virtuale in “Hubbo Hotel”, un antesignano di quel “Pet society” dove dimorava la signora. Si stabilì che, anche se visibili solo in un monitor, quei mobili erano stati pagati con denaro vero, quindi erano un valore. Nel caso della signora ci sarebbe pure l”aggravante del  danno biologico, ammesso che riuscirà a provare  il trauma psicologico che le ha provocato il furto.

La nostra derubata è infatti sicuramente fuori standard rispetto ogni stereotipo di smanettone compulsivo, eppure è un campione rappresentativo di quel formidabile zoccolo duro di donne e uomini, nemmeno più tanto giovani e scavezzacollo, che  contribuiscono ogni giorno a rafforzare il nostro primato mondiale di fuoriclasse del social networking.

Una massaia che considera la sua casa delle bambole ancor più vera di una casa vera.  Figlia di quella generazione intermedia di umani che hanno avuto abbastanza tempo per provare tedio per il mondo concreto, ma son riusciti a capire, ancor prima dei cyborg nativi digitali, che i sogni impossibili, in mancanza di meglio, possono essere evocati in rete come ectoplasmi consolatori.

Ecco perché anche un arredamento fatto di pixel può far parte delle sicurezze di un essere umano. È una maniera per socializzare in forma più completa con i propri invitati di chat, per raccontarsi, per dimostrare gusto, sensibilità, desiderio segreto di mettersi  in gioco     dentro realtà parellele. Può anche accadere…Soprattutto se il quotidiano è pieno di solitudini che si consumano tra mobili di formica e truciolato.

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Un nuovo laboratorio per patologie da Internet è stato aperto alle Molinette, con particolare attenzione ai fanatici di Facebook. Premetto che io già un paio di mesi fa mi sono sottoposto come cavia a un analogo esperimento di recupero da cyber dipendenza tentato al Gemelli di Roma, allora fui giudicato sano, nonostante le mie frequentazioni estese della rete e quindi posso serenamente esprimere il mio parere.

Pare che a motivare il nuovo presidio sia che Facebook allontani dalla realtà…E dove starebbe il male? Non vorrei che il social network sia stato ancora una volta aggiunto all’elenco delle attività da mettere all’indice, ma solo perché istigatrici del pericolosissimo piacere dell’evasione.

La recente umanità già conobbe stimoli spesso indicati come nefasti per il nostro corretto equilibrio. Dai romanzi d’avventure, ai fumetti, alla tv, ai video games  ecc. Tutti supporti d’immaginario che, in varie epoche, si sono passati tra loro il testimone di nefasti istigatori a sollevarsi dal rigore quotidiano.

Non ho dubbi sul fatto che lo sviluppo capillare di Facebook stia iniziando a cambiare notevolmente la percezione delle proprie relazioni. E’ vero che molti non hanno esperienza del mezzo per saper elaborare l’ euforia da improvvisa espansione della propria emozionalità in rapporti multipli. Indubbiamente Facebook  appiccica addosso un numero di persone infinitamente superiore a quelle che abitualmente capita di conoscere e frequentare nella sola vita concreta. Lo scombussolamento nasce proprio da questo, ci si sente far parte di una rete emotiva che mai prima sarebbe stato possibile immaginare.

Chi ci sta dentro bello intrippato lo negherebbe anche sotto tortura, ma vi assicuro che i fans di Facebook non cercano di affogarsi nella parte oscura della forza, ma altalenano tra tentazioni e reticenze, ubriacati dall’ entusiasmo dei neofiti per la velocità con cui riescono ad allacciare contatti gratificanti. Il vero problema, ammesso che sia da considerare un problema,  è che forse oggi tanta gente è spinta dalla stessa voglia di fuga domestica, Facebook facilita il loro incontro.

Facebook rivela semplicemente  lo zoccolo duro dei dipendenti da passione fugace, non sono malati, ma sperimentatori di protesi emozionali. Per questo nelle case si vedono mogli e mariti che non si staccherebbero mai dal computer, per questo molti uffici pubblici sono stati costretti a contingentare i tempi di socializzazione informatica di impiegati e impiegate,  che aspettano i dieci minuti di libera chat come fosse la ricreazione ai tempi della scuola.

E’ innegabile che per taluni di loro questa singolare overdose di primavera artificiale possa avere spalancato altri buchi neri nella loro psiche già provata, ma ancora una volta non si cerchi il colpevole in Internet, l’uomo contemporaneo sempre più spesso cerca supporti per mantenere in vita le proprie emozioni, soprattutto quando la routine quotidiana sembra non avere più spazi a disposizione per contenerle.

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Sembra  paradossale, ma quando ci si rende conto che Internet non dimentica la libidine da esposizione del proprio privato viene aggredita dalla paura di condividerlo con sconosciuti. Giuseppe Neri è specialista in neurologia e psichiatria e conosce bene la febbre da pulsione partecipativa degli emigranti digitali del web 2.0.

“La prima molla è di sicuro un elemento narcisistico di esibizionismo, in parte manifestamente espresso  è  presente in tutti, diciamo che è una parte essenziale nelle relazioni, però i problemi nascono quando ci chiediamo che percentuale di utilizzatori della rete 2,0 abbia coscientemente la consapevolezza di come sia indelebilmente registrato,  quindi disponibile per le future generazioni, ciò che viene pubblicato. Io direi che  tolto il 20% di utenti esperti, tutti gli altri non si rendono bene conto del potere di diffusione e conservazione dell’ Internet. “

Qual è allora il meccanismo per cui prima ci si mette in piazza a cuor leggero, poi vengono i ripensamenti…

“Entrano qui in gioco due elementi. Da una parte l’aspetto consapevole di propagare, diffondere e rendere visibile a un pubblico più esteso possibile quello che ognuno vuole proporre come immagine di sè. L’altro, più pericoloso, è quel pensiero che ci possano essere dei complotti o delle persone che ordiscono a nostro danno.

Così assale l’ ossessione che frammenti di informazioni o usi distorti di dati o di immagini che riguardano la propria persona potranno essere da qualcuno utilizzati per farne un uso per noi dannoso. Per questo il social networking può rappresentare un grosso rischio per persone che hanno in sè dei nuclei di devianze di tipo persecutorio. Sotto  tale sollecitazione potrebbero esplodere o venire a galla.”

Qualsiasi scrittore, giornalista o chi rappresenta la propria opinione in tv o alla radio  sa che si espone al giudizio degli altri, come di dover rendere conto in futuro ogni sua  parola o scritto pubblicati o trasmessi. Perché allora chi abbraccia il meraviglioso  spontaneismo editoriale della rete rimuove questo onere?

“Lo ripeto, penso che soprattutto nel nostro paese la consapevolezza di entrare in un’ agorà molto estesa e con molti spettatori è ancora molto poco diffusa. Secondo me nella maggior parte delle persone prevale l’ atteggiamento narcisistico esibizionista a discapito della consapevolezza dei rischi e delle conseguenze di un’ accessibilità così estesa e diffusa delle informazioni che uno mette in rete.”

Ma il piacere di esporsi allora non compensa l’ angoscia di vedersi “scoperti” oltre la propria volontà?

“Io per la mia esperienza di casi specifici che hanno avuto a che fare con la rete, e parlo di persone anche di livello culturale alto, propendo per l’ ipotesi che la soddisfazione sia limitata e temporanea, invece sono persistenti le “ruminazioni di pensiero” derivanti dal rischio che qualcuno potrebbe accedere a quell’ immagine, o a quel dialogo o a quel testo e interpretarlo in senso distorto, o magari inserirlo in un contesto in cui non ci si vuole riconoscere…Beh io ho visto persone avere dei piccoli deliri di persecuzione proprio a causa quello che era finito su Facebook di una festa tra amici o in un incontro in ambito conviviale.”

Chi non è sicuro di poter gestire la propria memoria incancellabile allora è meglio che si astenga…

“Io direi che le persone che sono molto caute e circospette nel rendere accessibili e visibili  alcuni connotati distintivi della loro personalità, tanto più dovrebbero essere caute quando questi elementi di conoscenza di sè diventano accessibili. Vivono a volte un conflitto non risolto tra il narcisismo che spinge loro a compiacersi di vedere se stessi riflessi in uno specchio più ampio e moltiplicato, e la consapevolezza limitata di quelle che sono le conseguenze che bisogna pagare quando ci sia affida a un medium di grande diffusione.  Prima di aprirsi alla rete, come se fosse un confidente discreto, bisognerebbe ricordare quanto grande è il rischio che l’ elemento di comunicazione sia accessibile a una quantità estesa di fruitori,   tra questi forse anche coloro che potrebbero farne, come noi temiamo, un uso doloso dannoso o discriminatorio. “

Labranca addiction

Tommaso Labranca  è un clamoroso caso di dipendenza cronica da Facebook. Si è registrato da sei mesi, non ha un numero esagerato di amici legati al suo profilo, ma quei 380 sono sufficienti a riempire emotivamente e concretamente la sua giornata. “Praticamente sono sempre collegato per tutte le 12 ore utili della mia giornata, pensavo proprio oggi di staccarmi, ma non ce l’ ho fatta. Smetterò forse domani.” Labranca negli ultimi quindici anni è stato il cantore più appassionato di ogni sublime  velleità estetica nella classe media del nostro paese. Dall’ analisi del “barocco brianzolo” delle ville della borghesia arricchita dell’ hinterland milanese, alla ricerca di tracce metropolitane del mito di Tony Manero nel suo recente saggio “78.08”. Ora in piena esplosione dell’ “onda burina” del socialnetworking lo scrittore è cavia consapevole e vittima sacrificale della sua ricerca.

“Mi sono comprato l’ Hiphone per essere sempre collegato, la mattina apro gli occhi alle cinque e già dal letto controllo chi mi ha cercato per il rito dell’ accettazione durante le poche ore in cui ero offline. Rispondo ai messaggi, pubblico il mio primo pensiero e mi alzo.” Già, ma per collegarsi pochissimo dopo con il computer di casa.  “Mi piace tenere sotto controllo il livello degli amici. Poco fa ne ho mandati via due per esempio che avevano messo le solite frasi da dandy del genere: “bevo troppo e dormo poco…” sai che noia li ho tolti al volo.”

Labranca confessa che l’ obbiettivo a cui tende è la connessione continua, così il suo rapporto quotidiano con la fonte della sua dipendenza assomiglia all’ errare di un drogato alla ricerca di pusher, solo che per la crisi d’ astinenza a Facebook serve connettività veloce: “Anche adesso sto mandando delle mie foto, tutta la mia giornata lavorativa è scandita dalla ricerca di connessioni wi-fi gratuite, come alla Triennale dove si naviga gratis. Da casa al lavoro ho una precisa mappa mentale delle zone franche in cui si può addentare una rete non protetta e continuare a  mandare segnali di esistenza.

I grandi raduni oceanici di patiti di Facebook naturalmente sono fenomeni di massa che esistono soprattutto perchè ne parlino i giornali e la tv. Il vero tossico organizza dei mini eventi personalizzati, i convocati non devono superare la quindicina e il raduno è preceduto da  una fase di preparazione on line che risponde a precise liturgie: “Ogni tanto organizzo performance a sorpresa che annuncio con un appuntamento a orario fisso. Chiedo ad esempio di mandare una foto di quello che contiene il proprio frigorifero. Su operazioni collettive del genere si generano discussioni che possono durare per interi giorni.”

Ora Tommaso sta tentando un lungo e faticoso cammino di recupero per uscire dalla sua dipendenza. Sa che per fare questo potrebbe contare su un gran numero di gruppi di auto aiuto composti da persone con il suo stesso problema, ma purtroppo costoro per condividere il proprio  disagio  non rinunciano di farlo in Facebook. Così alla fine la terapia si trasforma in un’ impotente dichiarazione dell’ ineluttabile destino di chi si raccoglie sotto sigle del tipo: “Anche oggi non ho fatto un c. e sono stato tutto il giorno dentro Facebook!!!”

Per Labranca quindi la sincera volontà di uscirne veramente sembra spesso vacillare sotto il fascino della comunità che segue virtualmente ogni passo della vita reale. Mai altrimenti sarebbe possibile sentirsi socialmente espansi e tenacemente coesi con un numero così alto di propri simili. Tutti acccumunati nel culto della protesi, tutti felici di esserne schiavi.

Ora Labranca per rimandare la sua dipartita da Facebook ha inventato l’ ennesima scusa, la pubblica al volo mentre parla con me: “Io vorrei fare un libro in cui tante persone ne intervistano una sola: io. Narcisistico, lo so. Ma non mi interessa. Chi vuole essere tra gli intervistatori?” Un’ altra dose che forse lo terrà  dentro ancora per un po’.

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