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Fiat Vox – Dalla valvola a Twitter: la rinascita della radio

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Fiat Vox – Dalla valvola a Twitter: la rinascita della radio

Da una vita cerco di forzare la vecchia radio a cedere alle lusinghe di tutto quello che da internet scalpita e ribolle.

 di Gianluca Nicoletti

  Io da una vita cerco di forzare la vecchia radio a cedere alle lusinghe di tutto quello che da Internet scalpita e ribolle. Lei di solito ci sta, al punto tale che avrei una gran voglia di convincerla a impegnarsi in qualcosa che possa assomigliare a un Twitter vocale, o per lo meno a un’area web che possa risuonare di parole che si inseguono come oggi accade dove si creano catene di concetti battendo sui tasti. Perché scribacchiare pensierini per la rete quando potrebbe bastare dar loro voce? Forse resterà solo un’ idea, ma io ci lavoro da anni. Non è solo la  nostalgia che mi spinge, è un dato di fatto che la radio regni ancora gloriosa negli amplessi quotidiani tra uomini e media.

   Il vero miracolo della radio è, secondo me, tutt’ altro che la sua longevità accanita e celebrata, l’ aspetto veramente sorprendente è che lei riseca a regalarci ancora un gran piacere, nonostante sia già  morta da molti anni. E’ morta al punto tale che è in assoluto difficile rappresentare la radio nel suo hardware, non esiste più un concetto concreto di  radio, se non nella sua iconografia storica. Si immagina la radio d’ epoca, o la radiolina gadget, o il luogo fisico dove si produce radio,  il brand di una radio,  “la radio” come consumo mediatico che viene monitorato e valutato… La radio come oggetto a sé  è però irrappresentabile.

   La radio è morta, ma per sua fortuna è anche risorta perché è possibile ascoltarla ovunque. L’ upgrade continuo, sia estetico che funzionale, è la misura dell’ invecchiamento genetico di ogni medium moderno, ma a differenza di altre espressioni tecnologiche la radio è arrivata al culmine della sua evoluzione,  è sgusciata fuori dalla sua scatola d’origine come una farfalla dalla crisalide perché non le serve più.

    Dai primi anni 80 studio le imprevedibili evoluzioni della vecchia radio. L’ ho conosciuta per puro caso, non doveva essere il mio mestiere, ma ho capito all’ istante che con quell’attempata così nobilmente spudorata avrei potuto fare di tutto. Allora la radio pubblica in Italia nel campo della mobilità aveva la sua punta tecnologica più avanzata in una Alfa Romeo familiare dotata di un modello arcaico di telefono cellulare. Era in potenza il primo hardware 2.0, ma nessuno se ne era accorto. La strumentazione di cui disponevo era all’ apparenza rudimentale, il microtelefono in bakelite nera era montato su un combinatore  che permetteva di comporre il numero girando delle rotelline dentate, un po’ come quelle chiusure con antifurto per le valige. Lo scatto della selezione Sip faceva un schiocco ogni manciata di secondi, la linea era molto disturbata, ma quella carretta fu per qualche anno la mia cavalcatura di guerra, per gli ascoltatori del “3131”  ero noto per essere quello  della “radiomacchina ” (la chiamavano così), ci si aspettava da me sempre una variante imprevista che cogliesse situazioni e pareri a caldo laddove i fatti avvenivano. Io aprii così una nuova porta d’ accesso a chi stava per strada, si ricordi che la telefonia mobile  in quegli anni esisteva nell’ immaginario comune solo per chi aveva visto nei fumetti l’ orologio di Dick Tracy, invece per me era l’ hub mobile a cui connettersi temporaneamente  per sparare dentro alla controllatissima radio di stato  il vocio dei politicamente scorrettissimi, quasi una minimale piattaforma cittadina di blog vocale.  Fino a quel momento era stata presa in considerazione un’ unica ipotesi di feedback attivo che era il telefono fisso, dal 7 gennaio del 69, attraverso il numero grande parlatore “3131”, la radio Rai aveva abbattuto il muro che rendeva inviolabile il sancta sanctorum dell’ officiante mediatico. Quell’ ardito esperimento di portare il telefono da utensile d’ ufficio a protesi emotiva da molti in azienda fu visto con diffidenza, infatti il programma  era trasmesso in “vivo-differito”, con uno sfalsamento di qualche minuto per permettere un taglio al volo di telefonate moleste, si temeva soprattutto attacchi  alla politica e al senso del pudore, ma nonostante lo spirito da oratorio si fece comunque un gran passo verso quello che oggi chiamiamo  social networking.

       Nel 1987 cominciai a lavorare all’ idea di un vero studio mobile, in Italia al tempo non esisteva nessun mezzo adatto specificamente all’ uso esteso della radio come medium  partecipativo che volevo fare io. Progettai rozzamente di persona quello che mi serviva e con l’ aiuto di alcuni fonici volenterosi di via Asiago lo resi tecnicamente plausibile. Avevo visto che esistevano in magazzino dei radiomicrofoni da studio anche molto potenti, se avessi potuto collegarli alla radiomobile avrei esteso la sua portata e moltiplicato le possibilità di interventi informali in diretta. Per far capire agli ingegneri di Torino di cosa si trattasse faticai parecchio, alla fine pretesero la mia firma sul progetto facendomi capire che non volevano responsabilità su quella cosa. Io al tempo ero un semplice collaboratore, ma ero riuscito a convincere Corrado Guerzoni, il direttore di Radio2 e conduttore di 3131, che per lui avere un mezzo mobile sempre pronto alla diretta sarebbe stato un bel giochetto. Per qualche anno ci girai tutta l’ Italia. Era un pulmino attrezzato come un piccolo studio,  durante la diretta mi portavo a tracolla con una specie di borsello dei radiomicrofoni Pastega che  pesavano quasi cinque chili, ma permettevano a me e a volte ad altri colleghi, di muoversi anche in un raggio di un km dall’ unità, creando una piccola rete di persone pronte a “chattare” in diretta tra loro o interloquire con lo studio centrale. Il pulmino aveva sul tetto un’ antenna di tre metri che andava issata ogni volta che si voleva parlare, io però grazie a quell’ accrocco mi intrufolavo ovunque e trasmettevo da qualunque posto, entravo nei palazzi, irrompevo negli ospedali, radunavo piccole folle e animavo piazze inferocite. Avevo una radiolina per far sentire il programma agli altri attorno a me o delle trombe da fiera di paese che issavamo sempre sul furgone e che facevo accendere per mandare in diffusione il segnale quando si radunavano centinaia di persone. Ci collegavamo con Roma o attraverso un cellulare dove già esisteva la rete, o quando non era possibile, con due linee telefoniche fisiche che ci attestava la Sip e che, grazie a un espansore di banda, ci permettevano di trasmettere con qualità decente. Quello però fu anche l’ anno in cui apparve “Samarcanda” di Michele Santoro, quando il programma di Rai3 cominciò ad aprirsi all’ esterno dello studio le piazze presero a fibrillare solo per la televisione, partecipare significava essere visti in tv quindi esistere, così nel giro di una stagione di telepiazze  la radio tra la gente non faceva già più notizia.

         Nel 93 tornai a far violenza alla vecchia radio cercando ancora una volta di scardinare i limiti della  sua verecondia. Con “Golem” tutte le mattine  facevo l’ autopsia della televisione, il tema era universale e la discussione appassionava chiunque. Scoprii in quel periodo che esisteva una parte del mio pubblico accomunata dalla frequentazione di un luogo per me fino ad allora oscuro che era Internet. Ricordo che nel 94 in tutta la Rai non si riusciva a trovare nemmeno un modem disponibile per usi redazionali e faticai persino ad ottenere un computer in dotazione al mio programma, al tempo venivano usati solo dalle segretarie e i funzionari dell’ ICT aziendale non si spiegavano cosa me ne facessi di un computer io che lavoravo alla radio. Penso però di aver condotto la prima trasmissione radiofonica in Italia che avesse una community attiva di ascoltatori  in rete da cui attingere stimoli e informazioni. Per il 99% dei miei colleghi al tempo Internet non esisteva ancora, al massimo era visto con sospetto come un luogo di adunata di persone  eccentriche, ma tra tutti quelli che  mi ascoltavano la tribù dei pionieri di internet combaciava esattamente con quella dei “radiomani più affezionati. Iniziai così a utilizzare una casella di posta elettronica  come unico canale di feedback, in azienda mi presero per matto perché non davo per radio l’ indirizzo di via Asiago per ricevere come tutti delle lettere. Capii che in rete, almeno allora,  c’erano le persone più interessanti e più affini a letture non conformi della realtà. Era quello che mi serviva per fare la differenza, ma per dare una patina ingenuamente cyber a semplici, ma acute, missive le facevo leggere alla radio con “Eloquens”, la prima rudimentale release di un sintetizzatore vocale in modalità “text to speech” che negli anni a venire usarono moltissime radio, ma nel mio programma la “voce del golem” era un vero “personaggio”, riconoscibile, con una sua personalità e una sua maniera di esprimersi. Usavo la voce sintetica per fare le domande agli intervistati di inchieste vere e proprie. Ma quella voce mi servì per animare di vita sintetica  gli ascoltatori come fossero tanti Golem. I messaggi perdevano ogni diritto d’autore, non appartenevano più nella loro essenza né a me che li ricevevo, tanto meno a chi li aveva pensati e scritti. Io da parte mia moltiplicai la redazione semplicemente sostituendo con una macchina parlante una funzione  fino al momento svolta da umani. Qualcuno provò persino a sollevare  il problema sindacale del “giornalista inesistente” che non poteva esistere   Dal 96 passai in forza alla redazione rubriche del Giornale Radio e presi a lavorare con me  Andrea Borgnino un giovanissimo radioamatore di Torino che aveva scritto un bel libro sulle radio pirata. Portò in dote il mio stesso gusto dell’ accrocco tecnologico e molta competenza sia sulla radio che sulla rete. Cominciai con lui, tra le perplessità del resto dei colleghi, a buttarmi nelle sperimentazioni dell’ ibrido radio-internet.

   Al tempo lo standard aziendale non ci permetteva di usare altro sistema operativo che  Windows 3.1, con Andrea che se intendeva di hackeraggio “rasammo” le prime inviolabili macchine aziendali per istallarci Windows95 taroccato che ci permetteva di lavorare meglio con i software che usavamo. Ogni computer aveva un modem analogico che chiamava un numero di Torino per connettersi, poi per andare più veloci nelle nostre operazioni riuscimmo a farci assegnare una linea isdn, ancora la Rai non aveva una lan aziendale e noi eravamo gli unici a trattare file multimediali allora molto pesanti. Il procedimento di osmosi tra radio e rete era assai concettoso data la necessità di far aderire le regole interne alle nostre necessità. Ogni materiale sonoro che scaricavamo dalla rete doveva essere riversato con un cavetto attraverso un magnetofono Studer su nastro magnetico da ¼ di pollice. Qui l’ editing si faceva a mano con taglierina e nastro adesivo, il contributo sonoro veniva trasmesso durante la diretta e da me commentato. La trasmissione poi registrata su bobina veniva riversata su computer per generare un file .Wav, si procedeva con l’ encoding  in Real Player che richiedeva un tempo infinito.

     Penso che Golem sia stato il primo programma radiofonico in Italia, assieme a qualche edizione del giornale radio, ad avere l’ archivio sonoro con tutte le puntata on line e un sito personalizzato, che noi stessi avevamo realizzato e aggiornavamo di continuo lavorando con giovani e volenterosi smanettoni. Sul sito si articolava un’ attività quotidiana da parte di una community attivissima (i “golemaniaci”) che riverberava in tutto il web nazionale (molto ridotto al tempo) le nostre incursioni tra radio e rete. Utilizzammo per primi delle webcam che permettevano a chiunque di spiare h24 la nostra redazione, in internet cercavamo sonorità di ogni tipo  e le facevamo ascoltare alla radio creando corto circuiti fantastici. I golemaniaci si incontrano nel canale IRC: #golem, preferibilmente il giovedì notte, ma anche durante la settimana mi era  possibile trovarne parecchi ad aspettarmi. Loro rappresentavano  l’avanguardia più esasperata di un tentativo felice di rottura delle barriere tra chi produce comunicazione e chi solitamente la subisce. Io da parte mia cominciai a essere disponibile per i miei ascoltatori anche oltre l’ orario di trasmissione, ancora oggi a più di dieci anni di distanza mi ritrovo la sera con molti di loro che mi “bussano” quando mi vedono on line.

    Una svolta epocale fu quando incappammo in uno svedese che aveva messo a disposizione dl suo sito un banalissimo ricevitore radio a onde corte sintonizzabile via web attraverso un emulatore realizzato in Java, lo usavamo per far ascoltare voci lontane e radio esotiche. Borgnino aveva contatti e amicizie nel mondo del radioascolto e aprì un osservatorio sui news groups di appassionati del settore, ci davano vitali informazioni sulle frequenze di folli trasmissione di radio esotiche o politiche o di personaggi di ogni tipo che usavamo come materiale sonoro per coinvolgere gli ascoltatori in un gioco quotidiano. L’uso che facevamo di quel materiale   assomigliava alla mania adolescenziale di “truccare” il proprio ciclomotore per aumentarne le prestazioni. Avevamo insegnato ad usare un pc di casa come un potente strumento di intercettazione di suoni e voci, allora dicevo spesso che ci sentivamo come meccanici che sanno come tirar fuori qualche cavallo in più a una vespina lucidando i condotti di alimentazione, abbassando la testata o limando il pistone.

Il nostro sperimentare era naturalmente considerato in azienda Rai un gioco o poco più,  ma questo giocare tragicamente acquisì dignità di esistenza durante il conflitto del Kosovo del 99. Quella che fu una delle guerre più ambiguamente raccontate dai media, fu la prova sul campo degli strumenti che avevamo fin’ora utilizzato,  iniziammo ad inserire all’interno della trasmissione piccoli brandelli di realtà sfuggite alle maglie della rete di controllo su ciò che pensava e diceva la gente sotto i nostri bombardamenti chirurgici. Il notiziario era composto di “voci della guerra” raccolte nelle nostre incursioni nella rete Internet (al tempo non ritenuta fonte d’ informazione per gran parte del nostro giornalismo ufficiale) e dagli ascolti della nostra stazione radio a onde corte che avevamo installato nella palazzina B2 di Saxa Rubra. Fu non facile convincere la struttura tecnica all’ acquisto di una  radio giapponese adatta alle nostre esigenze, ma il vero colpo fu riuscire a istallare “autonomamente” sul tetto della palazzina la  grossa antenna. L’ avevamo issata tra le parabole “ufficiali” della tv pubblica, era una filare dipolo multibanda accordata sulle bande radioamatoriali: 10, 15, 20, 40 e 80 metri. La radio poteva anche essere sintonizzata e ascoltata via web dagli ascoltatori, a cui fornivamo dettagli sulle frequenze più interessanti.

   Si ricordi che allora l’ unico racconto di quella guerra erano le veline ufficiali e i telecronisti che informano solo su arrivi e partenze dei voli per la Serbia piantonando le piste delle basi italiane. Per volesse saperne di più insegnavamo attraverso la radio a scandagliare la rete Internet, ancora pressoché sconosciuta ai più. Eravamo in cerca di tutto quello che poteva contribuire alla ricostruzione di una realtà attraverso immagini, suoni, parole scritte da lontano e frammenti di testimonianze. Grazie alla rete di radioamatori che seguiva gli eventi fu possibile raggiungere le frequenze di comunicazione degli aerei Nato con le basi e con le flotte in movimento nel Mediterraneo. Abbiamo intercettato le voci di gruppi di volontari, i primi arrivi della Missione Arcobaleno, che ci confermavano quanto trapelava dalle fonti ufficiali: l’incombere di seri problemi di tipo sanitario e il pericolo di epidemie. Prima ancora che arrivassero filtrate, abbiamo sentito le voci dei militari di stanza in Macedonia, in Albania, abbiamo riconosciuto le inflessioni dei soldati italiani che, stanchi di comunicare in inglese, parlavano nei loro dialetti. Abbiamo fornito alla televisione, oramai radio-dipendente per quanto riguarda le immagini, le piccole clip trasmesse in Real-video dalla radio libera Radio B92 che rappresentavano in quel momento i soli filmati non ufficiali provenienti da Belgrado. L’ emittente di fronda RadioB92 era stata chiusa dalla polizia il 24 marzo, ma dopo poche ore riapparve in rete trasmettendo notiziari e artigianali multimedia da loro prodotti. Stabilimmo via web un contatto diretto con la loro redazione, addirittura facevamo loro da ponte producendo da un nostro computer redazionale lo streaming del segnale che noi ricevevamo via etere dagli apparati “ufficiali” di Saxa Rubra. Avevamo pure trovato le frequenze di trasmissione effettivamente usate durante il conflitto dalle truppe della Nato. È stato così possibile ascoltare ad esempio piloti in volo che si scambiano incitazioni durante l’attacco o che comunicano con le basi a terra. Trovammo in rete tracce dell’autore di fumetti “Sasa” Zograf che viveva a Pancevo, non lontano da Belgrado. Zograf mandava via e-mail piccole e poetiche cronache quotidiane di vita sotto i bombardamenti. Riuscimmo così a diventare l’assoluto protagonista per giorni e giorni delle televisioni in cerca di qualcosa da “immaginare” per i loro telegiornali a stecchetto. Ricordo la processione delle  troupe del tg1 che venivano nella mia stanza a “filmare” il mio monitor, unica postazione  da dove  fosse allora possibile “vedere” Internet.

      Nel 2006 a Radio24 ho ripreso a lavorare sull’ibrido radio rete quando le prime applicazioni web 2.0 cominciarono a rendere ancora più fluido il passaggio emotivo tra le due modalità. Quell’ anno avevo deciso di scrivere un libro su Second Life, per farlo passai vari mesi immerso nel metaverso con l’ avatar bitser Scarfiotti, che era un giornalista come me e nel mondo inconcreto chiacchierava molto. Passavo intere nottate ad impegnarmi in un talk show per avatar appollaiato sulle guglie di un castello mentre il pubblico della radio mi seguiva sotto le spoglie digitali di dame e cavalieri. Penso di esser stato responsabile di una delle più massicce transumanze in Second Life di impiegati e casalinghe, mi ascoltavano alla mattina alla radio raccontare le gesta di Scarfiotti, si facevano l’ avatar e venivano di pseudo persona a vedere cosa accadesse nella dimensione parallela. La radio tradizionale si alimentava con storie di amori, incontri e drammi della gelosia che gli umani de-avatarizzati mi raccontavano al telefono in diretta. Allentai un po’ quando sentii palpabile un senso di fastidio generalizzato da parte di quanti cominciarono a considerami un pericoloso tentatore per “fughe domestiche”, un tentatore adulterino attraverso la socializzazione virtuale.

Iniziai poi a masticare ben bene Facebook, di certo ancor prima che divenisse l’espressione del comunicare contemporaneo.  Ancora oggi ogni giorno anticipo nel mio status il tema della puntata del giorno successivo o cerco suggerimenti per nuovi argomenti. Di solito la community reagisce attivamente e comincia a fornirmi spontaneamente delle “storie” necessarie per articolare il talk show in diretta. Da parte mia faccio di tutto per rendermi disponibile agli ascoltatori in rete per tutto il tempo in cui per ragioni professionali sono comunque connesso, in ogni caso la maggior parte della giornata sono comunque rintracciabile come presenza on line. Per l’ aspetto redazionale del programma alla radio non ho più nemmeno bisogno di affannarmi a cercare ospiti e esperti perché è il social network che me li suggerisce. Ho messo assieme un’ “Università fantasma”, (Uniphantom) che non ha sede concreta, ma è costituita da un bel numero di professionisti, studiosi, ricercatori e docenti portatori di competenze aggiornate e contaminate da esperienze extra accademiche, quasi tutti conosciuti in rrete. Con loro sto organizzando una bozza di un progetto di nuovo network sociale “verticalizzato”, un laboratorio trans generazionale  che si manifesti comunicando e informando con  nuove espressività, capace di misurarsi con ardimento e fantasia attraverso  soluzioni cross mediali alla portata di chiunque, ma innovative nel provocare transumanze bidirezionali  tra rete e media più classici. In questo esercizio la vecchia radio ancora una volta è quella che più facilmente si contamina con il web, riconfermando così la sua fisiologica capacità di “osare”, ma soprattutto di saper rinnovarsi in una continua sperimentazione delle modalità di comunicazione più avanzate.

   Come ho detto sto lavorando alla creazione di un “Twitter vocale”,  dovrebbe rappresentare la sintesi tecnologica di quell’ibrido tra radio e rete che vado inseguendo da anni  Penso che oramai l’ umanità intera sia dotata di una protesi emozionale perfettamente e idealmente inserita nel proprio apparato relazionale. Questa è il proprio telefono cellulare,  ce l’ hanno tutti, dal presidente degli Stati Uniti all’ aborigeno australiano, passando per ogni periferia, borgata, quartiere alto, paese, villaggio ecc. La stessa periferica che si portano idealmente inserita nella loro scheda madre organica quelli che abitano i palazzo del potere, ogni luogo di delizie, tristezze, paranoie o saggezze. Alla luce di questi anni di esperienza radiofonica,  sono convinto che sia molto più razionale portare le persone ad accedere alla rete attraverso la tecnologia con cui hanno maggiore familiarità, ancora prima di pensare devices più raffinate per scrivere, inviare dati, trasmettere multimedia. Chiunque abbia un telefono può entrare in rete, esistere e persistere oltre il logorio dell’ evanescenza. Chi ha voglia di parlare dovrebbe poter essere messo nelle condizioni di poter dire quello che reputa importante, saggio, futile o utile, ma ancor più di poterlo affidare alla memoria perenne di un archivio fruibile da chiunque altro. Il desiderio di rendere epici attimi della propria esistenza dovrebbe essere un piacere accessibile a tutti. Non è giusto che la “smanettologia”, intesa come la capacità di operare fisicamente sulle macchine per comunicare, sia la sola virtù che stabilisca la gerarchia del pensiero in rete, occorre che si ripristino scale di valori oggettivi e per questo va necessariamente svincolata la capacità di elaborare riflessioni di reale interesse dal livello di  attitudine a trasferirle sul web.

    La protesi vocale che sto realizzando, con il supporto tecnico di uno spinoff di ingegneri dell’ università della Calabria, dovrebbe essere un medium individuale a impatto mentale zero,  che permette una pubblicazione immediata di messaggi vocali in Internet.

  Maneggiando con disinvoltura ancora una volta il concetto di  radio, si può ripensare a modalità di comunicazione in rete orientate ad una gestione di contenuti audio o meglio ACMS (Audio Content Management System) su web. Non si inventa nulla, ma si lavora sulle stesse tecniche di gestione dei contenuti alla base di molti servizi già esistenti come portali, blog, social network, ma si vorrebbe tentare di dare maggior dignità al contenuto audio rispetto a quanto fin’ ora immaginato come la parte sonora di un video.

   Un semplice telefono a toni può essere la porta d’ingresso al web-cloud, per il numero di telefono da associare alla nostra “porta” un provider VoIP con accesso SIP/IAX si trova anche gratis (numeri geografici in ingresso). Con un po’ di lavoro di integrazione si può facilmente convertire le telefonate in mp3 fruibili online  e dall’altro di usare un database  per “taggare” il nostro file audio con i dati temporali e l’ID del chiamante (che serve anche come autenticazione per verificare chi sia abilitato a “postare” un messaggio). Una volta catturato e “trattato” il nostro stream vocale questo può essere usato per generare dei podcast o darli in pasto ad altri script per la pubblicazioni su Web. Una prima sperimentazione è stata predisporre una bacheca audio sulla quale un numero limitato di contributori poteva raccontare le proprie “epiche quotidiane”. Un unico numero VoIP è stato condiviso tra quattro “narratrici epiche” che il sistema identifica, tagga e ordina, le narratrici sono state selezionate tra quelle numerosissime che si erano proposte come cavie rispondendo a una chiamata su Facebook. Sono donne perché penso più capaci a lasciarsi andare nel racconto della loro vita quotidiana. Abbiamo chiesto che usino questa macchinetta come il block notes vocale dei loro pensieri immediati. Non devono preparar nulla, non devono accender nulla, non  devono collegarsi a una rete. Quando  vogliono comunicare un pensiero lo raccontano al telefono. questo si pubblica come un cambio di status su Facebook o un cinguettio su Twitter. La parte web visibile a tutti è solo un piccolo snippet da poter innestare su qualsiasi portale, blog o social network, noi l’ abbiamo infilato per ora suo su Blogspot e su Facebook.

   Altro esempio di applicazione possibile è un blog vocale a tutti gli effetti, con distinzione tra blogger, che definisce e pubblica i post, e gli altri utenti che commentano i post. Anche qui il tag temporale ci aiuta a predisporre in automatico la scaletta degli ultimi tre/cinque/nove post che un utente, sempre tramite un semplice telefono, può ascoltare senza web, selezionare e commentare vocalmente.

  Se il tag temporale + il tag autore è ancora poco, si può pensare ad integrare un ASR (Automatic Speech Recognition) di ultima generazione per aumentare l’interazione e taggare con termini specifici sia i post che i commenti. Però a questo punto si dovrebbe uscire dalla felice fase artigianal/collaborativa perché non si potrebbe più continuare, come fin’ora fatto, a integrare l’ applicazione con software open-source.

  Tastiere e affini sono già un’ interfaccia complessa rispetto al semplice aprir bocca. L’ accesso attraverso la protesi vocale è immediato e assolutamente a prova di imbranato. Ogni messaggio lasciato nel proprio telefono all’ istante si pubblica ovunque noi vogliamo e diventa fruibile da chiunque. Mia nonna potrebbe pubblicare nel web dal telefono di casa sua senza nemmeno sapere cosa sia Internet. Ognuno può lasciare traccia di sé, testimonianza immediata di uno stato d’ animo, racconto di un istante mentre lo vive. Questo vorrebbe abbattere in parte il tentativo diffuso di mistificazione sull’ identità, che oggi per esempio rappresenta un problema per Twitter inquinato da falsi account di vip. Una voce più che un testo e una foto alterata rivela genere, età, latitudine di provenienza, cultura e reale elaborazione del pensiero. Esattamente l’ opposto di chi in rete simula identità e profondità attribuendosi il copia incolla di frammenti altrui.

    E’ corretto pensare che anche chi non si presenti come esperto di Internet abbia diritto di cittadinanza nel web. Per ora è solo una sperimentazione tecnica dell’ applicazione, sto creando dei piccoli nuclei di ascoltatori a cui fornisco l’ accesso alla protesi vocale istigando ad usarla random ogni volta che qualcuno ha qualcosa da dire durante la giornata o la notte. Il beta test lo sta svolgendo come ho detto  una  micro community di sole donne tra le mie ascoltatrici più acute disinibite e immaginifiche. La protesi vocale potrebbe però progredire in un’ infinità di direzioni sia nel campo dell’ ingegneria gestionale che in quello delle relazioni sociali. Un professore di informatica giuridica sta implementando la protesi nel suo blog per un feed back perenne con gli studenti. Io ho fatto interviste volanti che mi serviva “passare” all’ istante a miei colleghi di desk, spesso mi piace inserire  il “viva voce” e trasmettere quello che ascolto per strada, in qualsiasi luogo e durante qualsiasi conversazione, potrei assemblare e ordinare per generi storie e flussi vocali anche altri feed  vocali generati da altre persone. Potrei fornire caselle vocali per amanti clandestini che vogliono fuggire dall’ ambiguità di sms e telefonate camuffate. Si dicano pure tutto quello che spasimano durante la giornata e riascoltino il loro poema d’ amore in loop tutte le volte che vogliono. Loro invecchieranno la protesi perenne conserva i loro sospiri migliori. Immagino che anche molti uomini politici amerebbero avere a disposizione uno strumento di immediata pubblicazione di loro dichiarazioni, soprattutto senza il timore che le “mediazioni” possano riportarli incomplete o distorte.

   La protesi vocale perenne permetterebbe  un’ infinità di usi, dall’ estremamente etico al miseramente libertino, confido molto nell’ ambizione umana a raccontarsi, attitudine diffusa che secondo me si sta evolvendo attraverso strumenti di “autoletteratura immersiva”. E’ la chiave profonda del successo del web partecipativo, ognuno diventa un libro parlante giorno per giorno, un’ opera aperta di cui è trama, protagonista, voce narrante, testo ed editore allo stesso tempo.

     Perché mai mi prendo la responsabilità di pensare che una protesi vocale perenne potrà esser lo strumento più consono a supportare l’ umanità desiderosa di espandere e velocizzare le proprie connessioni? Perché mi sono convinto che quello dell’ udito sarà il senso dominante dopo la lunga fase dell’ ipervisione totale. Lo profetizza da tempo Daniele Pitteri, un acuto sociologo napoletano specializzato nei linguaggi della pubblicità. Secondo lui l’umanità a seconda delle epoche ha un registro sensoriale dominante, questo cambia nel tempo con processi anche molto lenti, negli ultimi vent’ anni staremmo sicuramente assistendo a una saturazione della prevalenza visiva a favore di quella auditiva.. Siamo stati stimolati troppo intensamente a guardare, ora stiamo per questo offuscando una naturale capacità a “operare delle distinzioni attraverso la vista”. La civiltà dell’ ascolto, che Pitteri immagina prossima, era stata annunciata già da un bel pezzo: “Una progressiva accelerazione a partire dal tardo rinascimento, epoca in cui gli strumenti musicali hanno cominciato ad evolversi e a divenire più complessi e sofisticati e che dall’Ottocento in avanti ha coinvolto, con il melodramma, masse di persone sempre più vaste. Poi c’è stato il telefono, poi c’è stato Caruso, i primi grandi successi discografici, la radio, il rock’n’roll, il jukebox, il dolby, il walkman, il cellulare”.

      Ho letto che l’American Chemical Society già annuncia un’ ulteriore metamorfosi della vecchia radio,  si parla  di una   nanoradio migliaia di volte più piccola del diametro di un capello umano. Potrebbe essere il primo passo verso la trasformazione di ogni utente in una periferica vivente, un network alimentato da persone con radio incorporata come estensione tecnologica della propria voce. Forse quella radio non la chiameremo più così, ma continuerà ad essere sonorità allo stato puro che svolazza nell’ etere, capace di comprimersi a molla in un codice  sonoro, annidarsi in ogni nostra protesi di piacere ed esplodere ovunque le si dia libertà.

 

 

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