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AI TEMPI IN CUI C’ ERA UNA SECONDA VITA

Ho passato una giornata intera nell’ Italia di Second Life, dodici ore a zonzo per quella parte del bel paese che  sta travasando dalla realtà alla simulazione di vita. Innanzi tutto, come ogni emigrante, ho  richiesto il mio bravo permesso di soggiorno, che qui si traduce in un account personale. Il sistema di registrazione mi ha subito assegnato automaticamente un nuovo cognome, a sono quindi diventato il signor Scarfiotti, ho preso  la valigia di cartone e sono partito.

A  mezzogiorno sbarco  al centro di raccolta per ii nuovi arrivati, sono in mutande, mi vesto alla meno peggio con dei terribili pantaloni a quadretti e una maglietta fantasia carta da parati. Mi faccio schifo per quanto sono burino, ma appena mi tele trasporto ai Parioli, storico (per dire)  luogo di raccolta degli italiani in SL, trovo subito chi mi apprezza. E’ Dorothy Red,  una ragazza con stivaloni  rossi e minigonna che si complimenta per il mio “meraviglioso look anni 70”. Attorno sembra di vedere la sfilata di un Cafonal fotografato da Umberto Pizzi. Tiratissime signore e giovanotti palestrati. Qualcuno di loro si sta fumando un enorme cannone. Dorothy è gentile e mi porta in bar all’ aperto che si trova dopo la pseudo Piazza Navona, ricostruita con tanto di fontane e negozi.

Sono le 13.30 del modo reale, lei è in pausa pranzo, è romana, si occupa di marketing e  ha un fidanzato, ma da qualche giorno ha cominciato a fare qualche viaggetto nella dimensione virtuale della sua città: “A Roma piove e qui c’ è sempre bel tempo, si fanno due chiacchiere, ci si diverte.”

La saluto, qui siamo in pieno boom palazzinaro, devo verificare qualche indirizzo dove italiani stanno edificando alla  grande e mi tele trasporto su ”Legenda”. Un italiano che qui si fa chiamare  Rexor, ha edificato il suo mondo di sogno, si tratta di un maniero medievale arroccato su uno spuntone di roccia a picco sul mare, svolazzo un pò tra i merli e arrivo alla torre più alta. C’ è un panorama che toglie il fiato, entro in un padiglione rosa confetto con tendaggi e cuscini. Dorothy  mi manda un messaggio, la tele trasporto subito da me. Si è aggiustata alla grande, le faccio un complimento: “ Ma no, mi sono solo allungata i capelli e accorciata la gonna.”  Sotto il padiglione vedo due sfere, una blu e una rosa, con scritto “love”, chiedo alla mia amica cosa sia. Lei sorride mi è subito sopra e capisco… Dopo solo due ore di soggiorno perdo cosi la mia verginità in SL.

Dorothy è una brava maestra, in pochi istanti mi spiega che aprendo un menu si possono variare tutte le posizioni e le atmosfere. Ci nette molto impegno, non ci vedo nulla di pornografico, forse anche perché siamo entrambi vestiti. Li mi abbraccia, coccola, accarezza, quasi sembra che il programmatore abbia pensato a tutte le gamme possibili di un rapporto amoroso: dalla tenerezza alla passione.

Non ho tempo per dirle che è stato bello, torno in piazza Navona, ho appuntamento con Franci Kubrick. Nella vita reale  è  Franci Omi, un  musicista pop di Brescia , sta organizzando il lancio in SL di un suo album. Gli racconto la mia avventura erotica e si fa una risata. Dopo un po’ capisco l’ ironia, io ancora sono praticamente eunuco. Già, mi guardo sotto i mutandoni… Non c’ è nulla come fossi un manichino della Rinascente. Mi svela il segreto: “quello” non è compreso, bisogna comprarselo o qualcuno deve darcelo in dotazione.

Il musicista intanto mi tele trasporta a casa sua, una bella villetta tutta cristallo in una piccola isola chiamata Gisborne.  Mi racconta che fare soldi in SL non è difficile,  sta pensando di aprire una propria attività, ha già fatto il cameriere e si è seduto a pagamento sulle “camping chairs”; in quel modo si prendono da  uno a tre Linden (intorno a 0,03 dollari) per ogni dieci minuti. Serve ai proprietari delle  attività interne alle SIM (aree virtuali)  per fare movimento e quindi affari.

Franci ci tiene a presentarmi la sua amica Giovanna Delphin, lei mi riceve sul suo terrazzo al tramonto, è una bella donna bionda, veste abbastanza succintamente, ma ha molta classe. Non vuole assolutamente parlare della sua vita reale, è di quelle persone per cui  SL ha il valore di realtà a tutti gli effetti. Ci passa dentro moltissimo tempo, lavora da tre mesi in un’ agenzia immobiliare ai Parioli che ha fondato tre anni fa un certo Enea Lobo. Fuori dell’orario d’ ufficio fa la pr per un  paio di discoteche  gestite da italiani. Per arrotondare sfila come modella per “Simon Fashion” , la linea di uno stilista italiano. Mi apre il suo book, è un libro alto almeno tre metri che sfoglio curioso.

Giovanna mi promette una serata indimenticabile, a mezzanotte mi porterà in un locale molto esclusivo, però serve l’ abito scuro, io non ce l’ ho e devo comprarlo, ma non ho il becco di un Linden, ci pensa lei e mi accredita un po’ di soldi, subito sento un tintillar  di monete. Cerco di schermirmi, non voglio sentirmi Cenerentolo, ma lei insiste e vuole farmi un regalo. Nei negozi la scelta è praticamente infinita, vedo di tutto, dall’ abito da cardinale a quello da vampiro. Mi prendo un frack, in offerta con panciotto blu per 300 Linden.

Per passare il tempo che manca a mezzanotte giro un po’ e conosco Wonder Willis, è un’ altra bella ragazza, ma molto indaffarata, non dà confidenza a nessuno, batte a testa bassa sulla sua tastiera virtuale. Si chiama in realtà Nadja, è laureanda in ingegneria informatica e sta preparando la sua tesi di laurea. Su mia richiesta  mi tele trasporta il suo professore. Si chiama Nicola Frega e insegna al “Judalab” dell’ Università della Calabria, qui però è Nicholas Fraenkel, in jeans e maglietta  mi offre dei popcorn e mi spiega il suo progetto. Vorrebbe costruire uno  spazio per sperimentare i suoi corsi  in  “Imersive Learning Simulation”. Ha in mente un ciclo di lezioni sui modelli di business all’interno di SL. Lo affascina l’ idea di incontrare gli studenti in mondi tridimensionali. Con 980 dollari (veri!), prezzo di favore per gli accademici, si affitterà per un anno.un’isola dedicata in “Campus SL”,  una regione dove già si sono impiantate Università di tutto il mondo.

Precisa al secondo e avvolta in un abito bianco da sirena  Giovanna Delphin mi tele trasporta in un immenso salone da ballo con il pavimento di cristallo trasparente. E’  tutto di un lusso un po’ pacchiano, ma la  musica è soave e accompagna nel ballo una decina di coppie. Io sono sempre stato radicalmente negato a ogni forma di danza, ma qui è tutto facile, iniziamo con un Fox-trot, poi lei mi porta nell’ angolino dello Slow.

L’ atmosfera è sempre più calda, senza che io faccia nulla vedo esterrefatto le mie mani guantate scorrere sul suo posteriore, con molta eleganza devo dire. Lei mi si abbandona tra le braccia, io cerco di mantenere il senso della mia missione, provo a farle qualche domanda: “Non avere fretta – mi risponde- SL non si visita, si vive.”  Io faccio di tutto per immaginarmela in ciabatte e tutina felpata, intenta a digitare con i bigodini in testa nel computer del suo tinello. E’ crudele lo so, ma devo resistere!

Viene in mio soccorso un suo  amico chiamandola da casa, i due mi sembrano litigare, mi dileguo. Lei mi insegue ancora con un sns “Sei andato via senza salutarmi!” Farfuglio qualcosa, ma capisco di essere  stato scaricato per la prima volta nella seconda vita.

Alle 9.30 del mattino dopo torno a via Frattina per un caffè, incontro Ada. Si dice una pubblicitaria milanese, qui si chiama Alezia ed è molto disinibita. Mi racconta della sua notte brava su SL. La sera prima alle nove, nella vita n°1, si è chiusa in casa davanti al computer, assieme a tre amiche, molta  birra e mais salato. Dopo aver girovagato per un museo in California  e una passeggiata in Times Square …”Siamo andate nel motore di ricerca e abbiamo cercato come parola chiave “fuck” volevamo andare al sodo!” Sono così finite a casa di un bel marinaio molto dotato: ”E’ stato molto divertente,  musica Tecno e tifo da stadio!!!” Mi dice che oramai nel suo ambiente questo è il nuovo passatempo, ci si diverte e non si rischiano brutti incontri. Quando non si ha voglia di uscire e stare tra donne è molto meglio della tv.

CI PROVA LA POLITICA

In Second Life-Italia ieri mattina già circolava La Stampa che dava la notizia dell’isola acquistata da Antonio di Pietro. Verso le 14.00 nella nostra comunità c’ era fermento sull’ imminente discesa in campo virtuale del ministro alle Infrastrutture. Il passa parola sfocia alle 14.30 in una prima iniziativa di protesta: Rexor Alviso manda a tutti il bando di un concorso che ha organizzato a tempo record per richiamare l’ attenzione sul tema di una possibile calata dell’ intero consiglio dei ministri nella loro terra felice.

Rexor è il creatore di Legenda, uno dei luoghi più immaginifici dove possano abitare degli italiani trapassati alla seconda vita. E’ un castello dalle torri che si perdono tra le nuvole e dove si organizzano tornei, feste e convegni d’ amore.  Nel suo bando mette in palio un premio di 500 Linden per chi entro poche ore avesse realizzato i migliori cartelli  per una manifestazione apolitica.

Intanto si è sparsa un po’ ovunque l’ indiscrezione sulle coordinate di “Neverland”, l’ isola in cui Di Pietro costruirà il suo ufficio, alle 15.30 circa il tam tam interno avverte gli italiani che c’è una convocazione urgente, proprio in quel posto, per un pubblico dibattito sull’ opportunità di aprirsi alla politica anche in Second Life.

Pochissimo dopo uno sciame di  persone comincia a piovere ai piedi della bandiera dell’ Italia dei valori”, issata su una collina a picco sul mare dai tecnici incaricati realizzare il progetto del ministro.

In dieci minuti circa sono arrivati 50 manifestanti, la capienza massima della Sim è al limite e molti altri aspetteranno invano di poter essere teletrasportati in quel luogo. Il tema del dibattito è “”L’ abuso edilizio  e le speculazioni immobiliari in Second Life: ma ci serviva proprio un ministro delle infrastrutture ?”

Le persone convenute sono abbigliate nelle maniere più fantasiose: si va dalle bellissime amazzoni in calzari e tunichetta trasparente, a rudi signori con barba e bicipiti di acciaio, fino a ragazzi in jeans e signore ingioiellate in abito da sera e tacchi vertiginosi. Prende la parola Ferdinand Begonia: “Posso dire la mia? Ma cosa vuol fare Di Pietro qui? Credo che per ora sia solo un modo per fingere di essere all’avanguardia!”

Mi qualifico come giornalista per fare qualche domanda, ma qualcuno vuol sapere se stia per arrivare anche Bruno Vespa. Chiedo a una specie di  eroina di Tarantino con lo spadone cosa  ne pensi di quello che sta accadendo, lei si chiama Silvie Poiter e mi sembra informata: “Ho visto Di Pietro che commenta le sedute del governo su YouTube, bella idea, ma si può parlare poi col ministro in persona o manda uno scagnozzo?” Le fa eco il giovane Elio Donat: “Il bello sarebbe che dietro al suo avatar ci i fosse invece il solito portaborse con contratto co.co.co.”

La sua amica Simo Pau va ancora più a fondo: “I politici ci faranno al massimo parlare con un portaborse, ma  solo se avranno un tornaconto, ma elezioni per ora non ci sono in SL  e spero che qui non ce ne sia mai bisogno.” Prende la parola anche Fanny Douglas: “Non qui non può diventare una fotocopia di RL, non mi pare giusto! Già ne abbiamo abbastanza nella vita reale di politici, magari si inventeranno anche nuove tasse.”

A quel punto, dopo una mezz’ ora circa di animoso dibattito, qualcuno lancia l’ idea scellerata: “Andiamo tutti a casa di Tonino!” Naturalmente la proposta di un sit-in nella vezzosa residenza ministeriale manda la folla in sollucchero e si comincia a sciamare verso l’ elegante pagoda giapponese con il giardinetto zen, i pavoni, la cascatella che dovrà diventare la foresteria dell’ “Italia dei Valori” in Second Life.

“Mi raccomando fate vedere le mani pulite e non portate via nulla!” Avverte Rexor, lo spettacolo è surreale: signorine in latex e lottatori a torso nudo si stendono sui candidi divanetti, qualcuno azzarda “Ma secondo voi qui è proibito farsi una canna?” Un altro lo dissuade: “Scherzi? Se arriva lui ti fa arrestare!”  Tutti si stravaccano dove capita, osservano curiosi mobili e accessori, qualcuno viola persino il talamo ministeriale con inquietanti propositi, rubo un dialogo tra una coppia seduta sul bordo del letto: “Mi piacerebbe portarci  Casini qui a vedere, già ma si poi se viene Berluska quello si cambia la skin (pelle virtuale)  anche in Real Life!

IL RADUNO DEGLI AVATAR

Finalmente è venuto il momento del grande outing collettivo degli italiani che si nascondono in Second Life. Oggi a Montale, cinque chilometri da Pistoia, il primo Pride dell’ orgoglio di essere un avatar.  Ora il mondo reale vedrà chi veramente si nasconde sotto quelle meravigliose skin di guerrieri gotici o di torbide danzatrici del ventre. Nella maggior parte dei casi si tratta di gente assolutamente comune, persone che potrebbero confondersi nella folla, ma che hanno la vocazione alla fuga collettiva verso mondi virtuali generati da un computer.

Forse occorre una piccola puntualizzazione lessicale: tutti parlano  del raduno degli avatar, ma sarebbe più esatto dire che oggi si incontreranno gli uomini che hanno deciso di affidare a un simulacro umano, che appunto viene chiamato avatar, le loro curiosità di una vita parallela in un mondo tridimensionale interattivo on line. Avatar è il termine con cui  la metafisica indù chiama un Dio che decide di farsi una passeggiata nel mondo sotto un’ apparenza umana.

Da ieri sera un esercito di italiani padroni di avatar sta occupando militarmente ogni stanza d’ albergo, ogni agriturismo, ogni pensioncina del tranquillo borgo pistoiese. Gli organizzatori previdenti hanno anche attrezzato una palestra con brandine da campeggio per quelli che sono arrivati all’ ultimo momento. I più timidi che temevano  di essere identificati,  ma volevano esserci ad ogni costo, hanno pernottato in automobile, a veder le stelle sotto i cipressi che da Montale portano al Pianaccio.

Gli avatar reincarnati hanno fatto centinaia di chilometri da ogni regione d’ Italia, magari solo per scrutarsi a distanza con chi ha passato assieme a loro un’infinità di notti caldissime davanti a un computer e saltellando sulle malandrine poseball, rosei batuffoli di codice informatico che tolgono all’ avatar più costumato ogni pudore.

Molti di loro ieri sera si sono presentati facendo i vaghi  dall’oste l’ oste  Benito, lui stava infiascando quel rosso denso che darà sangue agli asfittici figurini fatti di pixel luminosi, in realtà la maggior parte dei paesani ignorava fino a qualche giorno fa di cosa mai si parlasse nei manifesti che annunciavano il raduno degli avatar. Nemmeno ora hanno capito molto della cosa, ma anche gli avatar mangiano, bevono e consumano, quindi saranno i benvenuti anche loro.

E’ la prima volta in Italia che avviene un fatto del genere, Luca Nesti ideatore  dell’ evento giura che loro a Montale sono stati i primi al mondo Forse ad agosto anche in America faranno qualcosa di simile, ma Nesti a dicembre scorso è stato veramente il primo artista italiano a fare un concerto solo per gli abitanti della seconda vita e ora ne cavalca l’ onda lunga.

Gli italiani trapassati a seconda vita sono circa 250.000, si stima che rappresentino il 4% sul totale degli abitanti del regno dei signori Linden. Solo da qualche mese si stanno affollando le sim tricolori, assieme alla rassegnazione di mariti, mogli,  fidanzati e compagni di ogni tipo che si vedono sempre di più trascurati per gli occhi dolci di qualche affascinante avatar. Occhi che chiunque può comprarsi per un centinaio di Linden Dollars in uno dei tanti megastore di pezzi umani che si trovano nelle isole felici della seconda vita.

Il primo raduno nella Real Life del popolo di Second Life aprirà ufficialmente  le danze già da questa mattina nell’ antica macchia toscana del parco dell’Aringhese.  L’ incontro è all’ interno della manifestazione del Moon-Tale Festival 2007, ormai approdato alla sua undicesima edizione. Alle 23 si esibirà Irene Grandi, la cantante che ha girato il suo video “Bruci la città” sotto forma di avatar. A lei va una buona parte del merito di aver  fatto conoscere Second Life anche agli italiani meno appassionati alla tecnologia, quelli che mai avrebbero pensato possibile di emozionarsi solo battendo su una tastiera.

PICCOLO SAGGIO SULLE VITE 2.0

L’ anatema sulle macchine emozionali

Esiste un pensiero comune per cui l’ uomo contemporaneo pare abbia perduto la capacità di relazionarsi “naturalmente” con i propri simili. Il limite più estremo di questa menomazione è facilmente imputato alla civiltà delle macchine. L’ anatema più banale che viene lanciato a fronte di alcuni comportamenti irregolari, o addirittura criminosi, a cui portano le relazioni erroneamente condotte è che ogni responsabilità negativa sia da attribuirsi all’ interferenza di macchine fabbricatrici di immaginario. Meccanismi capaci di innesti di intelligenza inorganica che alterano i processi emotivi dell’ essere umano.

Come prima avvisaglia sarà sufficiente sintetizzare gli enormi luoghi comuni che si sono consumati sugli aspetti diseducativi  e perniciosi della televisione. Oggi sarebbe assolutamente limitante analizzare il flusso televisivo secondo il metodo che ancora adotta una vecchia generazione di professionisti; si qualificano come esperti in recupero di valori umani pronunciando i loro esorcismi sulle macchine dei sogni. Novelli Torquemada che si battono per la purezza della materia organica che ci compone, nostalgici delle chimiche naturali che sollecitano i nostri sensi. Fisici o sottili che siano.

Costoro agiscono in nome del recupero di uno stato di natura, che pensano per se stesso preferibile a ogni ibridazione tecnologica. Passano così la vita a sviscerare ogni scatola diabolica per cercarne i segni della possessione maligna. I medium di ogni tipo vengono così trattati come se si trattasse semplicemente di mezzi per informare in maniera distorta, intrattenere fino all’ esplosione del lato oscuro della psiche umana, ma soprattutto creare stati ipnotici che inducano ad acquistare stili di vita assieme a saponette e dentifrici. Tutto questo possiamo anche ammettere che sia fondato su un’ equazione plausibile, la fabbrica di macchine dell’ immaginario può sicuramente continuare ad essere considerata una formidabile industria di trasformazione di  solitudine in profitto, ma non è più solamente questo.

La televisione sta seguendo un suo cammino parallelo alla storia recente dell’ umanità. E’ divenuta, nella percezione comune, una  protesi irrinunciabile che permette di aggiungere un senso ulteriore, rispetto a quelli che già possediamo, per conoscere e misurare i nostri simili e il mondo che ci circonda. Questo dato innegabile dovrebbe far riflettere chi ancora pensa di valutare questa realtà come uno spettacolo che può essere più o meno consigliabile, ma soprattutto il televisore un elettrodomestico che può essere acceso o spento a proprio piacimento. E’ una madornale leggerezza: non siamo più noi a guardare la televisione, ma siamo osservati e riprodotti nell’ universo televisivo anche quando il nostro televisore è spento. Di più azzarderei il paradosso che noi siamo i prodotti dalla trance del medium televisivo.

Questa azzardata profezia  già trapela da alcuni progetti annunciati negli ultimi anni come il MyLifeBit annunciato dalla Microsoft. Si tratterà di un magazzino virtuale individuale dove saranno classificate in un data base tutte le nostre esperienze sensoriali accuratamente digitalizzate. Una banca dati elettronica dove possono essere raccolti e indicizzati ad esempio tutti libri che leggiamo, gli articoli di giornale, la nostra corrispondenza, i nostri appunti, i film le musiche i programmi televisivi, le conversazioni i filmati dei momenti importanti. Anche le nostre telefonate, gli attimi di passione e, perché no, le morti le nascite le ricorrenze. Tutta la nostra vita galleggerebbe in questa maniera in un’ eterna promessa di resurrezione digitale.

Protesi e appendici emotive

L’ umanità si dibatte alla ricerca di una consapevolezza perduta del proprio esistere, la sente come struggente nostalgia, ma non è detto che oggi non la  possa trovare grazie a  macchine costruite per mantenere vive le emozioni, proprio quando nessun corpo sembra più capace di trovare spazi adatti a contenerle. Per dare forza al ricordo di momenti che ci appassionano abbiamo imparato a congelarli nella memoria digitale di una nostra protesi elettronica. La più diffusa è l’ appendice cellulare, l’ unica che certifichi il valore delle nostre relazioni, in ragione di chiamate e messaggi ricevuti, ma ancor più  una nuova estensione della possibilità di digitalizzare pesanti porzioni di esistenza. Ma la diffusione straordinaria di apparati individuali di riproduzione della realtà ha inconsapevolmente accreditato la possibilità di costruirsi una possibile immortalità riproducendo, anche in forma ossessiva visioni ed esperienze in una memoria digitale.

In fondo è anche un pretesto per alleggerire le proprie esperienze con la scusa di immagazzinarle e quindi strapparle all’ oblio. La pesantezza del ricordo, la gravità della consapevolezza che si accumula sulle nostre spalle fatalmente ci invecchiano, ma possiamo togliercene di dosso il peso dislocando tutto nel microchip di un cellulare.

Oggi è facile che molti dei nostri rapporti affettivi siano mediati  da macchine di relazione. E’ significativo osservare come queste tecnologie, che possono espandersi da un telefono cellulare ai vari client di comunicazione attraverso la rete (Messenger, Skype o, più recentemente, anche Second Life), fungano da lubrificante per evitare l’ attrito da distanza. Vale a dire che ci permettono di accorciare il tempo che dovremmo impiegare a percorrere uno spazio. I nostri sensi non sembrano più adeguati a espandersi nella condizione spazio temporale di una relazione che presuppone velocità di connessione e abbassamento dell’ attrito da distanza. Abbiamo quindi bisogno di protesi che espandano i limiti sensoriali di un essere biologico per comunicare, e tutti siamo concordi sul fatto che essere connessi sia infinitamente meno costoso che essere sentimentalmente impegnati. Il telefonino si sta per questo allontanando vorticosamente dalla propria primaria destinazione d’ uso. Questo oggetto mutante, che ognuno di noi si porta appresso con devozione, conserva ben poco del tradizionale apparecchio telefonico. E’ un’ appendice inorganica, un prolungamento sensoriale, un fluidificatore relazionale. Un congegno sonoro lampeggiante e vibrante destinato ad essere usato sempre meno per semplici conversazioni a distanza. Chi lo possiede è spesso legato  in maniera indissolubile alla necessità di avere  portata di mano un oggetto che secerna meraviglie passatempo di ogni tipo.

Sull’ uso generazionale di tali protesi è sicuramente riduttivo, ad esempio,  pensare che il messaggio breve che rompe il silenzio della notte sia esclusivo appannaggio di ragazzini con il crampo dello smanettane; la vera scoperta è osservarne la familiare frequentazione da parte di persone adulte. Nessun istigatore di relazioni galeotte, o adulterine, riuscì mai a compiere tanti misfatti come il cellulare da quando si è trasformato in produttore di testi sintetici. Si tratta di un’estensione della propria capacità relazionale o piuttosto un surrogato di questa? Il vecchio sociologo Zygmunt Bauman ci mette in guardia a non equivocare qualche momentanea “connessione”, alla rubrica del telefonino di chi ci abitualmente ci chiama, con la profondità di una relazione. Eppure nulla ci fa cadere nell’ ansia di essere soli quanto l’ assenza di campo del nostro cellulare,  nulla ci conferma che qualcuno ci pensi quanto il frinire del cicalino che ci  avvisa dell’ arrivo di un sms. Poi magari è la pubblicità di  nuovo servizio telefonico e noi riaffondiamo nello spleen più plumbeo.

Il messaggio breve inviato via telefono sta avviandosi ad essere la metrica per raccontare la contemporaneità. Potremmo inventarci il “centumesagintametro” per definire i 160 caratteri su cui si sciorina l’epica del nostro tempo. Il ritmo su cui saltellano ogni giorno milioni di surrogati di relazioni, brandelli di ideologie, condensati di filosofie, tutto nella sintesi del display di un telefonino. Il fenomeno è in continua crescita, ogni giorno si snodano infinite catene di versi in libertà, utilizzano un canale di scrittura, ma in realtà rispecchiano un linguaggio parlato, una parola sincopata che si restringe, si interrompe, si adatta alla necessità di essere contenuta in uno spazio angusto. Facendo questo ci si omologa a un linguaggio  sicuramente più povero, ma  che comunque riesce a far riemergere sensazioni che la comunicazione verbale, sempre più frettolosa e superficiale, parrebbe spesso non più capace ad evocare.

Pause emozionali e intonazioni vengono raccontate con parentesi, asterischi e punteggiatura varia impropriamente usati, nulla di nuovo forse per chi è abituato a relazionarsi attraverso protesi elettroniche, ma assolutamente sconvolgenti quando dal computer, elitario e difficilmente accessibile, sono tracimate al telefono cellulare, amplificatore dei sensi a cui nessuno sa più rinunciare.

Difficile risalire alle cause per cui un apparecchio per parlare si sia mutato in una piccola macchina per scrivere. Forse il minor costo di questa modalità, forse la possibilità di segnalare la propria presenza senza essere impegnati in una conversazione. Sta di fatto che la maggior parte di noi è connessa a una cerchia di persone con cui ci scambiamo messaggi, questo ci regala l’ incommensurabile sensazione di essere sempre “dentro. Poco importa quanto sia illusorio il fatto che quel mondo sia circoscritto ai soli nomi memorizzati nella rubrica del nostro cellulare, sono quelli gli umani da cui cerchiamo attenzione, non altri. E’ un ricevere frasi le cui parole sono tagliuzzate e violentate, ma per dire il più possibile nel minor spazio, un moderno residuo del fabbricar versi. Spesso, soprattutto se le circostanze aiutano, un messaggio scritto è capace di scardinare ogni nostra cautela nei confronti del prossimo, la modalità tecnica di trasmissione  è recentissima, ma la forma scritta è arcaica e desueta, ma proprio per questo carica di un potere fascinatorio con cui siamo disabituati a misurarci, molto spesso ci sorprende vulnerabili.  Quante oneste donne conosciamo, sedotte da uomini rapaci che le hanno sommerse di sms. Tra amici e colleghi di lavoro, quanti padri di famiglia abbiamo veduto  arrovellarsi, con accanimento sospetto, in uno scambio di messaggini  alieno al grigiore delle loro tempie. Chi non conosce un romanzo d’ amore nell’ epoca delle schede prepagate, chi non ha avuto sentore di aver lambito alla tentazione in scala industriale per colpa dell’adulatore  elettronico. Un subdolo trasportatore di messaggi, capace di far tremare le ginocchia agli umani disabituati al corteggiamento esplicito.

Non esiste più esperienza nelle cose d’ amore, ne tanto meno prudenza nel seguire la perdizione dei sensi, di fronte al malandrino e sconvolgente messaggio breve. Centosessanta battute che scardinano ogni baluardo della pudicizia femminile o della tenuta etica maschile, ma alla stessa maniera, in assenza di segnale, possono far precipitare chi  attende nella più cupa depressione. Gli uomini stanno imparando che nei momenti cruciali è anche comodo ed efficace  affidare il peso di una propria decisione ai bit  incorporei e volatili. Il messaggino breve sposta il rapporto tra due umani allo scambio di dati tra due meccanismi. La macchina è ruffiana, sfacciata e spudorata, noi abbiamo molto da imparare da lei ingabbiati in modelli, convenzioni, ruoli incerti. In particolare la macchina sparamessaggi è martellante, instancabile e onnipresente. Non c’è momento della giornata in cui essa non possa fare pressione sulla sua vittima, vuoi per vendere, vuoi per consigliare, vuoi per chiedere. Con l’ sms si accendono storie, ma si interrompono illusioni  senza l’ imbarazzo nella voce. Si licenzia, si ferisce, si turlupina e si cerca il consenso, si tradisce. Basta comprimere il tutto nella lingua dei messaggini, sicuramente farlo sembrerà  più lieve.

Il lato oscuro della forza

E’ chiaro che esista anche una deriva ancor più patologica e persino  criminosa di tale folle passione per la protesi relazionale, è detestabile e forse si tratta  di quell’ aspetto che porta alla facile e condivisibile deprecazione del fenomeno.  Il campo delle molestie sessuali va sicuramente allargato con l’ arrivo del videofonino usato come  protesi maniacale. Un ibrido contemporaneo che dà nuove forme alla volontà di rubare l’ intimità a una persona del tutto ignara, una pratica che recentemente ha messo in imbarazzo anche più  un magistrato. E’ chiaramente il lato oscuro di un gadget che rischia di compromettere seriamente la privatezza  di soggetti inconsapevoli le cui immagini carpite sono il più delle volte pubblicate on line. Oggi inutilmente si arginare lo sviluppo di siti con immagini rubate in luoghi come spogliatoi, bagni pubblici, spiagge saune ecc. Il fenomeno nasce in Giappone, patria indiscussa del telefonino come appendice personale, ma anche  di un certo voyeurismo che è difficile decifrare fuori da contesti culturali molto complessi. In parte possiamo attribuire le origini di questo “collezionismo” alla cosiddetta generazione  Otaku.  Questo termine, che letteralmente significa “la vostra casa”, in Giappone definisce una tipologia di ragazzi che non escono quasi mai di casa per restare immersi in un mondo abitato dai personaggi dei manga, dei disegni animati o dei videogiochi. Tanto questi “contemplativi” nipponici sono appassionati dalla ricerca e lo scambio in internet di foto femminili scattate con il telefonino sotto le gonne, da alimentare un mercato di tecnici specializzati nella manomissione dei cellulari per eliminare il classico rumore dello scatto della fotografia, un click che potrebbe allarmare le ignare protagoniste dell’ inconsapevole cyber defilè di biancheria intima.

Oggi le cronache sono ricche di episodi di bullismo nelle scuole di cui si ha prova quando i video filmati appaiono in rete attraverso you tube. Il fenomeno nasce nelle periferie  londinesi come Happy slapping. Qualcuno avrà anche sorriso la prima volta che ha sentito parlare della pratica adolescenziale dello “schiaffo felice”, all’ inizio si trattava di ragazzi che irrompevano tra la folla schiaffeggiando passanti del tutto ignari. Forse nasce come un gioco, ma la deriva dell’ atto di violenza, moltiplicato dalla possibilità di un’ immediata memoria video, A scoprire questi episodi sono spesso insegnanti, quando già la foto delle bravate in classe è passata di telefonino in telefonino. ma non è difficile immaginare che la possibilità di poter disporre di una macchina da ripresa individuale possa essere diventata un motivo di ulteriore abbassamento dei freni inibitori a compiere atti fortemente trasgressivi e amplificarne l’ effetto attraverso la diffusione immediata del video.

Siamo sicuramente in una fase della civiltà che attribuisce alla visione un carattere di assoluta centralità, ciò  può condizionare anche molte di quelle azioni che, nel bene o nel male, coinvolgono la nostra sfera emotiva. Il video erotismo auto prodotto è stato il derivato più consistente del film pornografico, sino a diventarne l’ evoluzione stilistica. La commercializzazione diffusa di video camere digitali, a prezzi accessibili a chiunque, ha avviato da qualche  anno il filone così detto “amatoriale”. Amplessi casalinghi diffusi e scambiati via web o attraverso circuiti di caselle coperte da anonimato, un successo al punto tale che l’ industria della cinematografia hard è stata costretta a imitare il genere, hanno dovuto ricostruire il pecoreccio da tinello con attori e attrici di non particolare avvenenza. E questa tuttora è la killer application di molti servizi on demad delle ultime video piattaforme tecnologiche. Pochi si domandano se l’ happy slapping (in senso esteso) su cui si costruisce oggi un coro diffuso di apocalittici, non potrebbe anche  essere inteso come la risposta, distruttiva e violenta, degli adolescenti all’ uso estremo della rete, alimentata dai video apparati individuali, già molto diffuso come gioco erotico tra gli adulti?  Gli elementi comuni sono quelli della pianificazione della ripresa, della componente sessuale, del probabile piacere che i protagonisti hanno nel compiere l’ atto e della diffusione del filmato per creare effetto in un eventuale pubblico. Più l’ atto è sensazionale e maggiore è l’ effetto. Nella maggior parte dei casi si tratta sicuramente di individui “normali” non di deviati abituali, per loro mostrarsi capaci di un atto estremo è il segnale forte di chi ha bisogno di affermare la propria esistenza.

Attraverso il peer to peer è possibile trovare gente che mette in circolazione video di risse, atti sadici estremi verso se stessi, comunque qualcosa che crei attenzione in chi guarda. E’ facile chiedersi se la tecnologia non possa essere considerata un elemento amplificatore delle devianze, sicuramente è una forma per consolidare il proprio potere,  un giovane bullo dimostra così cosa è capace di fare al  giro dei suoi amici, un’ occasione per affermare che lui è il leader.

Questo meccanismo di leadership acquisita attraverso la divulgazione digitale di una propria espressione individuale è probabilmente la molla che alimenta fenomeni come la letteratura dei blog e ora i network individuali e condivisi attraverso you tube. In entrambi i casi la nostra memoria periferica ci regala la sensazione di essere altrove rispetto al nostro corpo e quindi quasi puri spiriti. Un prolungamento di apparati sensoriali sempre pronto a sparare testi che reputiamo degni di lettura, foto autocelebrative, filmati che assicurino dignità al nostro esistere. La rete è il bersaglio dove scarichiamo la nostra colt carica di frammenti di nostre velleità. Ogni centro ci regala la  vertigine illusoria esser stati parte di una piccolissima porzione di epica contemporanea, ma con la rassicurante certezza che ci sarà evitato il naturale logorio che segue ogni storicizzazione individuale.

La letteratura immersiva

La contemporaneità è raccontata prevalentemente attraverso frames  di un flusso video ininterrotto. Probabilmente qualcuno si immedesima a punto tale in questo meccanismo da pensare di poter costruire, con lo stesso sistema, lo splendido telefilm della propria esistenza.

Sembrerà un’ ipotesi azzardata, ma la protesi emotiva costruita con macchine che riproducono (cellulari, web cam, personal computer) e macchine che pubblicano e diffondono (strumenti semplificati di pubblicazione in rete di oggetti multimediali)  può essere considerato anche un esaltatore di istinti creativi. Il nostro potenziale emotivo, organico e sensoriale, si scopre capace di catturare suoni, immagini e di ricollocare all’ istante tutto quello che elabora in un network personale. Fosse anche  solamente un medium che copre la cerchia ristretta di conoscenti per noi vitali, i soli individui memorizzati nell’ agenda elettronica di quella protesi che teniamo in tasca. Un messaggio d’ auguri, un’ opinione, una barzelletta possono trasformaci nel terminale di una spontanea catena di S. Antonio che noi possiamo avviare o contribuire a diffondere, lo stesso per una candela da accendere, una preghiera da condividere, un politico da votare.

La società è purtroppo intrisa di pulsioni anche distruttive e violente, queste sono sempre più spesso  rappresentate attraverso video-metafore assai  coinvolgenti. Ogni luogo di rango elevato ove si produca video ha il suo nugolo di emulatori, quanto detto sui film erotici o violenti può tranquillamente essere esteso  all’ informazione, al documentario scientifico, alla fiction. Generi che in ambiti più modesti possono essere  scimmiottati.  Può farlo il  free lance improvvisato che filma i vip nelle spiagge e nei locali di moda, come il vacanziere che affronta il safari organizzato con Piero Angela nel cuore. C’ è pure chi recita nel cineromanzo pre matrimoniale, sub-genere che comincia a farsi strada, soprattutto al meridione d’ Italia, come appendice irrinunciabile al filmino delle nozze. Il ricordo è arricchito dalla ricostruzione delle tappe fondamentali della storia d’ amore, interpretate e sceneggiate dai due fidanzati.

E’ così che quasi tutte le fasi dell’ esistenza di ogni umano civilizzato, sia intime che pubbliche, possono essere oggi assimilate a un genere di video-rappresentazione che ne garantisca memoria postuma. Un nuovo format nel complesso palinsesto  del vivere quotidiano. Come molti bravi scolari immortalano e riversano nella memoria di you tube le loro scorribande o “atti di leggerezza”, l’ umanità spesso si deresponsabilizza dall’ atto irrituale, sensuale o criminoso che sia, attribuendone la responsabilità alla macchina di riproduzione del reale. Alla stessa maniera le  velleità  di ogni singolo, siano artistiche, poetiche e letterarie, sentite spesso come peccati da nascondere con vergogna, hanno avuto possibilità di coming out festoso attraverso lo strumento del blog. Si tratta di un universo spesso ipervalutato, soprattutto laddove si celebri l’ idolatria del nuovo che diviene tale solo perchè riversato in rete. Questo vale ancor più nelle ultime  uscite di alcuni uomini politici italiani che, per strizzar l’ occhio a una loro idea di giovanilismo, hanno trasportato il loro vecchiume in supporti che reputano capaci di restituir  loro giovinezza mediatica. Qualcuno si aperto un blog, altri hanno messo un loro  video su you tube o addirittura altri ancora sono scesi a far comizi in Second life. Nessuno di loro è però mai riuscito, con questi patetici tentativi di restyling, a costruire attorno a se una vera “massa intelligente”. Per lo scarso glamour che ha il politico medio in Italia non è stato in nessun caso  possibile realizzare nulla che potesse avvicinarsi a quel fenomeno di aggregazione basato su internet e cellulare  teorizzato da Howard Rheingold. in “SmartMobs”, la bibbia del media attivismo. Ovvero radunare velocemente un’ infinità di sconosciuti collegandoli tra loro, tenerli uniti solo per il tempo dell’ azione collettiva che li accomuna, poi  farli dissolvere. Il sogno inconfessato dell’ uomo di potere, che pensa di poter condizionare le protesi emotive altrui,  è naturalmente quello di mobilitare e muovere masse umane in brevissimo tempo, come se il teletrasporto fosse una realtà possibile. Proprio la modalità dello spostamento nello spazio attraverso un immediato teletrasporto è la chiave più suggestiva del mondo simulato di “Second Life”. Una seduzione collettiva verso un mondo di astrazione assoluta che  sta provocando la transumanza di un considerevole numero di esseri umani. Tutti vorrebbero scambiare il proprio fardello di responsabilità con l’ universo in cui si diventa avatar. Il sogno  di essere  incorporei e capaci di volare ed espandersi, ma non solamente attraverso una forma scritta come nelle vetuste chat, piuttosto per vivere in una fase di letteratura immersiva. Un libro tridimensionale interattivo e condiviso dove si contempla se stessi costruendo la propria pagina personale nella storia di quel giovane mondo. Ognuno è protagonista, a tutto tondo, del proprio quotidiano romanzo personale, ma allo stesso tempo personaggio comprimario, o di sfondo, nell’ intreccio di centinaia di altri romanzi che la comunità degli avatar scrive ogni giorno, semplicemente vivendo la propria esistenza parallela.

Tutto questo potrebbe  finalmente essere vissuto senza sensi di colpa, se non fosse che  l’anatema, di cui parlavamo all’ inizio, viene oggi esteso anche a quel mondo ideale creato dal Linden Lab. E’ vero che i demiurghi ne traggono profitto, ma hanno capito i bisogni di un’ umanità in continua fase di riprogettazione emotiva.

I media tradizionali spesso parlano di Second life usando i toni dell’ amplificazione, a volte anche fantasiosa di comportamenti border line, per dimostrare come, ancora una volta, la macchina dell’ immaginario supporti il crimine dell’ immaginazione. Per bollare come luogo di depravazione e delitto questa nuova rappresentazione di un possibile mondo parallelo si è scritto di avatar stuprati che sono dovuti ricorrere a cure psichiatriche, di terroristi che farebbero test di bombe atomiche o di riciclo di denaro destinato ad alimentare la guerra per integralismo islamico.

Ancora un  caso in cui non si tollera che le macchine dell’ immaginario siano un sostegno reale per una parte cospicua dell’ umanità. Forse è quella parte di noi  più fragile, ma proprio per questo bisognosa di confidare nell’aiuto delle protesi, non trovando solidi punti di appoggio per  la relazione con altri uomini, ma soprattutto con se stessi.

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